Di Maria Grazia Pistolesi e del suo libro Tra le spighe del mio grano parlammo alcuni mesi fa.
Sull’argomento torniamo oggi perché il volumetto sarà presentato domani (domenica 31 agosto) a Villa Vitali di Fermo, alle ore 17,30.
L’iniziativa parte dall’Università Popolare presieduta dal prof. Ettore Fedeli.
Della vita in campagna ai tempi della Pistolesi, della scuola di quegli anni, del duro lavoro nei campi, dell’evoluzione dell’agricoltura, della famiglia patriarcale, parleranno il sottoscritto, il prof. Luigi Rossi, la prof.ssa Marinella Corallini e lo storico Carlo Verducci. Dopo ogni intervento verranno proposti alcuni brani della Pistolesi che sarà presente all’iniziativa.
Tra le spighe del mio grano si inquadra tra le attività – e forse ne è la maggiore – dell’Unipop riservate all’autobiografia.
Gli scritti della signora Maria Grazia forniscono una serie di spunti interessanti.
Il primo, essendo il libro dedicato ai figli della donna, riguarda la memoria, con un quesito indiretto: quanto noi conosciamo delle vicende umane dei nostri genitori, dei nostri nonni, della nostra gente? Poco o nulla. Ecco, allora, il bisogno di rintracciare quelle storie per ritessere una trama solida.
C’è poi il valore dell’autobiografia, che serve a ripensarsi, a rivedere la propria vita, a superare e sciogliere anche certi nodi rimasti irrisolti. L’autobiografia – e ce lo dice anche la psicologia – fa bene alla persona.
Altro aspetto è quello di aver raccontato la durezza del lavoro in campagna. Molte anime belle e molto naif – più negli scorsi anni che oggi – hanno celebrato il ritorno all’agricoltura come ad una sorta di Eden automaticamente gratificante, senza conoscere quanto possa essere pesante e sfidante questo mondo.
Nell’opera della Pistolesi, oggi novantenne, emerge anche l’aspetto comunitario del vivere in campagna: ci si aiutava nei momenti di maggior impegno, ci si dava una mano, insomma, si era solidali.
Inserirei anche un altro elemento. Il grande sviluppo delle Marche, specie quelle più vicine a noi: il fermano, è stato possibile grazie a quel fenomeno definito e studiato in tutta Europa come metal-mezzadro: per cui si continuava a curare il piccolo appezzamento (l’orto soprattutto) e si apriva la fabbrichetta magari di scarpe.
Coglierei due ulteriori spunti: il rispetto dell’ambiente scaturente dalla stagionalità dei prodotti e il ritorno, anche se minoritario, di giovani ai campi, giovani laureati, che conoscono le lingue, che usano sistemi all’avanguardia.
Il mondo raccontato dall’autrice può definirsi la civiltà contenuta in due parole: Dieta mediterranea, quel complesso di valori che partono dalla terra, mettono insieme solidarietà, comunità, paesaggi, riti, feste, difesa dell’ambiente, salute a tavola, rispetto della donna. Qualcuno l’ha anche definita la civiltà della tovaglia, perché intorno alla tovaglia si ritrovava gente amica e unita.
Chiuderei con una citazione di altri secoli: «Esser buon cittadino non è altro che essere cittadino utile e, cittadino utile, vuol dire buon agricoltore». La scrisse Catone… Poi la riprese Vincenzo Cuoco, tanti secoli appresso, nel suo Platone in Italia: «La virtù non è che nei campi».
Solo per riflettere.