Querciabella! Un segno, un simbolo, mille ricordi. Lo scheletro ingrigisce quasi all’altezza del bivio tra Piane e Montegiorgio, Belmonte Piceno e Piane di Falerone.
La pianta non è più tale. È come se fosse cristallizzata. Alza al cielo gli smagriti ultimi rami secchi. È rimpicciolita negli anni,
Rimarrà così per altro tempo. Poi, venute meno le memorie e le decine di storie che la riguardano; venuti meno coloro che la rammentano ancora possente e ricca di fronde, qualcuno la abbatterà. Cancellare le memorie sembra lo sport odierno, quello di una cultura – o pseudo – che guarda unicamente all’accumular vile denaro.
Allora, occorre una iniziativa. Una iniziativa artistica. Occorre che sull’ancor ampio fusto uno scultore del legno intarsi un’opera, magari un Cristo crocefisso, che tanto direbbe oggi al mondo anch’esso crocefisso da guerre e persecuzioni.
Occorre uno scultore che prenda a cuore questo possibile intervento e ridia vita – proprio così: ridia vita – a una quercia altrimenti defunta.
Occorre che l’amministrazione comunale di Montegiorgio faccia in modo di rendere possibile l’intervento, procurando autorizzazioni e quanto la somma burocrazia impone.
E occorre che la gente di lì, di Contrada Casone, dell’ultima parte di Castagneto, dell’area intorno a Villa Ganucci appoggi la proposta.
Querciabella è secolare. Ha visto la storia passare accanto ad essa. Ha visto il vescovo Bonafede sconfiggere Ludovico Euffreducci, confessarlo in punto di morte, e comunicarlo con un grano di terra. Ha visto i francesi occupanti passar di lì per distruggere Castel Clementino. Ha visto gli zingari cantare e ballare sotto i suoi rami. Ha visto i mietitori muoversi verso la montagna per raggiungere le piane del Tirreno. E ha visto le greggi scorrere da est verso ovest e poi l’inverso nelle stagioni di mezzo.
Ha scritto Valido Capodarco: «…quando pochi grandi alberi erano conosciuti a livello nazionale, ce n’era solo uno che aveva l’onore di essere riportato, con nome e tondino di localizzazione, sulle carte automobilistiche del T.C.I. Questo albero era Querciabella, della quale –morta nel 1986 – è conservato il rudere ancora in piedi »
Una scultura dunque è quanto occorre. Perché sia ancora segno, simbolo e scrigno di ricordi.