Montefalcone. Sabato pomeriggio.
C’è il torrione sulla Rocca, che guarda i monti e la piana dell’Aso. Vi si rifugiò inutilmente Rinaldo da
Monteverde.
C’è la chiesa di San Pietro in Penne, è del 1300. Ha un abside che non guarda l’Oriente, come
nell’architettura cristiana tradizionale, ma l’Ovest: la montagna della Sibilla, con il suo antro e le sue
leggende.
C’è la chiesa di San Michele Arcangelo che conserva i quadri del dimenticato don Giuseppe Toscani. Il
vicino Palazzo Felici, del 1600, accoglie invece il museo dei fossili, un quadro dell’Alamanno e il Centro
di Educazione Ambientale.
E poi c’è lui: Matteo da Bascio che fece scoccare – anno domini 1525 – la scintilla che portò
successivamente alla fondazione dei Frati Minori Cappuccini.
Immaginate la scena: è l’inverno del 1525, una processione di frati sta tornando all’antico convento
fondato nel 1215. Il freddo è intenso. Il pranzo attende e anche il camino acceso. Ma anche un povero, ai
margini della strada, attende una mano fraterna. I frati passano. Lo ignorano. Matteo no.
Matteo si scuce due pezze del saio. Copre il sofferente. Gli sguardi s’incrociano. Qualcosa scoppia nel
cuore del francescano. Di notte, il mendico gli torna in sogno. Gli mormora una frase: «Ricordati di tuo
padre Francesco». Occorre fare qualcosa. Occorre risvegliarsi dal rilassamento. Matteo fugge dal suo
convento lasciando il saio finora indossato e indossandone un altro preparato da lui stesso.
Torniamo all’oggi. Davanti ad una folta platea e davanti all’antico convento, i cui semplici affreschi del
chiostro sono testimonianza della vita del Santo di Assisi (ben spiegati dal prof. Enrico Giannini), padre
Fabio Furiasse, bibliotecario dei Cappuccini, racconta la storia dell’uomo che accese il fuoco della
riforma Cappuccina. Storia complessa, dice, storia difficile. Spiega del concetto di povertà che diede
luogo anche a scontri tra i frati; dei papi che cercarono soluzioni acquisendo le proprietà e poi
riconsegnandole. Sino a quel 3 luglio 1528 quando Clemente VII emana la bolla di riconoscimento
Religionis zelus.
Sono 500 anni che i Cappuccini esistono e operano tra le genti. Le Marche hanno il primato dell’origine,
ne sono state la culla Per cui occorre degnamente celebrare la ricorrenza. Come?
Padre Sergio Lorenzini è sorridente. Ne ha pensate tante in giro per le Marche: dai Cammini agli
incontri, dai concerti alla sfilata delle Fiat 500 (Cinquecento!!! data simboli). Ha scritto anche un romanzo
storico: Lo Spirito dei Cappuccini.
La Festa del Cappuccio, nei giorni scorsi a Montefalcone ha visto anche una pedalata, la cena di “fra
Matteo”, la Camminata, l’esibizione medievale del gruppo Fortebraccio veregrense, il Cantafavole e il
Laboratorio grafico-pittorico.
Tornando invece a padre Fabio, lui ha incantato la platea (accompagnato anche da due giovani ottimi
strumentisti: Samuele Ricci al violino e Annalisa Levantesi alla tastiera), per le cose dette e per come le
ha dette: simpaticamente, quasi un giullare d’altri tempi. I giullari di Francesco.