Montegiorgio. Una giornata a Montemilone. A 360 gradi nell’Officina del Sole

Montegiorgio. Lungo la strada che porta a Rapagnano s’incontra la Contrada Montemilone: un’area piuttosto ampia, ricca ancora di querce, che abbraccia una collina. C’è un’edicola grande ai suoi piedi. Fu restaurata oltre dieci anni fa dall’imprenditore Lanfranco Beleggia.

Resiste una fonte: non a caso l’area è ancora nota come Fonte CisternaCurtis de Cisterna, dicevano i medievali che vi ravvisavano nelle vicinanze anche un monastero agostiniano.

Ma concentriamoci sulla prima collina. È qui che è sorta l’Officina del Sole, patron proprio la famiglia Beleggia.

Sabato scorso, una festa, anzi un festival di arti dal vivo. Titolo intrigante: “A 360”. Come dire: di tutto, di più. Ma anche come dire: panorama completo.

Arrivo presto, molto prima dell’inizio dell’evento. Mi piace scorgere il dietro alle quinte.

A metà collina sorge il bel ristorante. Siedo con alcuni amici nello spazio esterno. Gli attori stanno provando. Il regista ed attore Massimiliano Finazzer Flory prova la voce per il monologo teatrale, e tara i microfoni. Ci sono anche gli attori: Carlotta Limonta è voce acustica, Elena Somarè calibra il fischio melodico accompagnata alla chitarra da Mats HedbergClaudia Franco e Cristian Trelles ripassano la prossima performance circense, Leonardo Castellani scalda l’assolo di danza.

Saranno quasi otto ore di spettacolo, di visite all’azienda, di gustazioni (non amo il termine degustazioni) di vini e altro ancora.

Ma il pezzo forte sta più su, in cima. Andiamo. Perché spiega meglio questo A 360.

Le macchine elettriche conducono i visitatori. Preferisco la camminata. Preferisco fare come si faceva da ragazzini alla conquista della Quercia de Capità. Così si chiamava e ancora si chiama quel fusto da tempo colpito da un fulmine. La quercia: il nostro simbolo, l’albero trovato dai Piceni, l’albero sacro ai druidi, in Bretagna c’è la foresta di querce: è Brocéliande, dove abitò – si racconta – Mago Merlino.

Su questa cima, i 360 diventano i gradi all’intorno, e tutto appare diverso. Ad est c’è il mare e le due colline gemelle di Fermo: quella dove sorge il Duomo e quella dove sorse un’importante abbazia benedettina. Ad ovest ci sono i monti dei tanti racconti leggendari. Più sotto sorge Montegiorgio e l’antico tempio francescano, dove frate Ugolino, parente dei Brunforte, iniziò a comporre i Fioretti di san Francesco.

E poi, a nord e a sud e dappertutto, si stendono e si alzano i paesi. Sì, i nostri paesi, che furono rocche e che furono castelli.

Lungo il fiume Tenna, che ricorda il Tinia etrusco, si scorge anche l’ippodromo di Piane di Montegiorgio. Fummo grandi allevatori di cavalli, fino all’occupazione piemontese che impose quasi solo una razza equina.

In cima a Montemilone è come cogliere l’intera Terra di Marca, il nostro scrigno, fatto di vette, colline, valli, mare. Fatto di quel Genius loci che racconta di sé e di noi. È l’insieme che vince. Non un borgo, non i borghi, ma paese e paesi, cioè comunità vive, persone che s’incontrano in quello che viene definito il turismo d’esperienza: calarsi nella vita dei luoghi, nella cultura dei residenti, assaporarne l’anima.

È ora di pranzo. Si torna al ristorante. Ma prima tocca ai saluti. Beatrice Beleggia, in leggerissimo abito nero e lungo, ringrazia tutti presenti, anche i partner del progetto di Montegiorgio città della Dieta mediterranea, capitale del Ben-Essere.

E siamo solo alla prima puntata.

L’Accademia Italiana di Cucina premia Lu Serpe di Falerone. Il lungo viaggio della De.Co.

Chiudiamo gli occhi e domandiamoci: cos’è Falerone? Falerone è il teatro romano quasi intonso, è la chiesa longobarda di San Paolino, è la pala d’altare di Vittore Crivelli, è il museo storico. Ok!

Ora è anche altro. Altro a livello nazionale.

È una Denominazione Comunale (De.Co.) che ha fatto strada. E giustamente. Per la bontà, il gusto e la storia.

Lu Serpe di Falerone ha ottenuto il Premio nazionale Dino Villani 2025 messo in palio dall’Accademia Italiana della Cucina.

Lo ha deciso il Consiglio di Presidenza riunitosi a Milano il 16 aprile scorso.

I consiglieri hanno espresso parere favorevole in merito alla proposta del delegato fermano arch. Fabio Torresi competente per il territorio, e ha deliberato conseguentemente di assegnare il premio alla signora faleronense Anna Maria Antonelli.

Il Consiglio di Presidenza ha scritto direttamente alla Antonelli esternandole le espressioni di compiacimento dei membri e quelle del presidente Paolo Petroni “per questo meritato riconoscimento che premia il suo particolare impegno verso i tipici valori della produzione alimentare del Paese”.

Il riconoscimento assegnato per Lu Serpe di Falerone consiste in una pregevole opera grafica che verrà consegnato dal delegato Torresi nel corso di una prossima riunione conviviale.

Secondo l’art. 1 del Regolamento, il Premio Dino Villani viene assegnato al produttore che si sia distinto nella lavorazione artigianale di un “prodotto alimentare di rilevante e specifica qualità organolettica, lavorato con ingredienti nazionali tracciabili, di prima qualità e con una ben identificata tipicità locale”.

Lu serpe, scrive lo storico Marco Armellini nel suo libro Falerone, “è un particolare dolce che si prepara nel periodo natalizio”. Lo approntano i forni così come le donne in casa. Era un ricetta che le monache clarisse del luogo tenevano segreta e con cui preparavano il dolce da distribuire ai bisognosi e ai benefattori. Quando le religiose furono sfrattate con la legge del 7 luglio 1866, esse dovettero provvedere al proprio sostentamento intensificando, scrive ancora Armellini “l’attività di ricamo, rammendo, ma soprattutto la produzione di dolci…” Ecco lu serpe “che si mangia la coda” simbolo della fine di un anno e ripresa di uno nuovo.

Porto San Giorgio: Sano è Buono. Con la Dieta mediterranea è meglio. Convegno stamattina

Porto San Giorgio. Teatro comunale. Questa mattina.

Metà della platea è occupata dagli studenti dell’Istituto Carlo Urbani di Porto Sant’Elpidio. Diventeranno cuochi. Diventeranno chef. Hanno bisogno di una stella polare. La Confartigianato Macerata-Fermo-Ascoli, insieme alla Regione Marche e al Comune di Porto San Giorgio, gliela indica con un convego su Sano è Buono. La stella polare si chiama Dieta mediterranea. Fa parte della nostra storia. Ci ha resi più sani di altri popoli. Non possiamo dimenticarla. Anzi, possiamo rilanciarla come attenzione al benessere individuale, ma anche come rispetto della natura e traino turistico e nuovo sviluppo agroalimentare.

Danno il saluto iniziale l’assesssore sangiorgese al turismo e commercio Giampiero Marcattili, e il segretario generale Confartigianato Macerata-Fermo-Ascoli Giorgio Menichelli.

Prende la parola l’assessore regionale Andrea Maria Antonini. Lui ci crede. Crede al Ben-essere, crede alla Dieta mediterranea e crede che si possa raccontare la nostra terra anche attraverso i piatti tipici, le ricette tradizionali. Ha approntato due atti che sono leggi regionali: ci si muove con decisione.

Nunzia Eleuteri, coordinatrice dei lavori, dà la parola ai relatori. Quattro appartengono al Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea.

Il primo intervento è il mio. Racconto di come è nato nel 2012 il Laboratorio, dell‘International Studenti Competition, dei cinque anni con le 13 università europee (100 ragazzi a volta) ed una statunitense, del lavoro svolto, e da svolgere, per un impasto dove salute, biocolture, cucina si integrino con storia, arte, paesaggio. Bontà e bellezza. Un tutt’uno. È la grande sfida. Gli ambiti separati sono destinati a soccombere.

Ed ora tocca al presidente del Laboratorio. Lando Siliquini è medico e scrittore. Sul tavolo ha una delle sue ultime pubblicazioni. Riguardano proprio la Dieta mediterranea. Ne parla sotto un profilo medico ed anche sociologico. Cita l’antropologo Levi Straus. Si sofferma sull’alimentazione e sulla nutraceutica. I ragazzi sono attenti. Porteranno a casa un bagaglio di novità.

Il microfono passa a Paolo Foglini, già primario di Diabetologia all’ospedale Murri di Fermo. Usa le slides. Appaiono i volti dei fondatori della Dieta mediterraneaAncel Keys e Flaminio Fidanza. Furono loro a condurre lo Studio delle sette nazioni (Seven Countries Study). Risultò che le Marche (Montegiorgio) aveva una popolazione più sana di altre. Lo spiega anche in termini scientifici.

È la volta ora di Sergio Corradetti, presidente dell’Associazione Anice verde di Castignano. Quando tutto sembrava perduto, lui ha insistit con la coltivazione: il nostro anice, ha pensato, può far crescere il territorio. L’anice verde è un buon disgetivo, fa bene in tante malattie. È anche un aroma identitario, anzi, è l’aroma che contraddistinguerà la regione Marche nel mondo.

Si fa sotto Enrico Mazzaroni. È lo chef de Il Tiglio di Isola san Biagio a Montefalcone. Ed è un altro che non ha mollato. Il terremoto non lo ha messo in ginocchio. Si era trasferito a Porto Recanati in attesa di restauri al suo agriturismo. Passata la buriana è voluto tornare su. Perché lì si crea il circuito dei produttori di qualità, perché lì si fanno muovere le aziende agricole. Cioè il buono della terra e delle colture. Apre l’intervento guardando i ragazzi: «Chi ha fatto colazione con pane integrale e miele?». Silenzio. «Chi ha fatto colazione insieme ai suoi famigliari, intorno al tavolo?» Ancora silenzio. Non è un rimprovero, il suo. È un avvertimento. Sì perché si sta tornando in cucina ai piatti semplici, con prodotti semplici e a volte con quelli snobbati: le frattaglie il cervello. Le stelle Michelin si stanno spegnendo. Capito, futuri cuochi? C’è altro da fare. Il convivio soprattutto.

Montegiorgio

Ed ecco il finale in teatro. È affidato a Sandro Pazzaglia una vita dietro ai fornelli, senatore della Federazione Italiana CuochiMazzaroni ha alzato la palla e lui la schiaccia. Ai ragazzi indica tre aspetti del cuoco da tener ben presenti: quello sociale (“produciamo sensazioni”), quello di chi deve conoscere i prodotti (“è un dovere del cuoco sapere ad esempio il punto fumo della cottura”), quello dell’analisi costi ricavi. Conclude con due massime: «Un bravo cuoco è un eterno apprendista, e, più cucina e meno televisione». I saluti finali li porge Lorenzo Toto, presidente territoriale Fermo della Confartigianato

Ma non ternina qui. Perché nella Sala Castellani c’è la sorpresa. I cuochi dell’Associazione e i ragazzi del quarto anno dell’Urbani seguiti dal prof. Isidori hanno preparato il brindisi. I ragazzi preparano lì per lì ben tre drink di cui uno analcolico, tutti a base di anice verde: Mediterraneo (analcolico, su suggerimento del dr Foglini), Rosso di sera, e Castignano sour. Su un altro tavolo c’ è del gran cibo, sempre all’anice verde.

Che mattinata!

Fermo: ricette e racconti alla Contrada Fiorenza. Con Cecilia Tomassini

Se ora non facesse l’insegnante e la scrittrice (definizione che non le piace), Cecilia Tomassini potrebbe giocare a pallavolo o a basket. È giovane, slanciata e magra. E poi, ma non c’entra con lo sport, ha un linguaggio e una scrittura fluidi, conseguenza delle tante letture di classici. È laureata in Lettere antiche. Credo che ami molto il greco. Ne parlo perché ieri, secondo pomeriggio, abbiamo dialogato intorno ai suoi primi libri: Cucina vista Torre e Armonia.

A interloquire con lei c’erano anche Danilo Monterubbianesi, giovane giornalista del quotidiano social VivereFermo, e il direttore della testata Lorenzo Bracalente.

Il luogo non poteva essere dei migliori: la sede della Contrada Fiorenza, a Fermo. Un luogo dove si respira un’aria diversa: di storia e di comunità.

Fermo: ricette e racconti alla Contrada Fiorenza. Con Cecilia Tomassini

L’iniziativa è scaturita da un progetto di Giovani Territorio Cultura, insieme a Marca Fermana e Mamma esco a fare due passi (social radio). Tra i partner anche la Regione Marche, le Acli, l’Associazione Antichi sentieri-Nuovi cammini, i Borghi più belli d’Italia.

A salutare i presenti, tra cui diversi giovani, hanno pensato il rappresentante della Contrada Raffaele Persiano, uno dei promotori dell’iniziativa Stefano Castagna e, nella parte conclusiva, il pasticciere della Pasticceria 180^ di Fermo: Tomassoni, che segue il corso di pasticceria con i ragazzi del Centro Professionale Artigianelli.

Non è stata la solita presentazione di libri. Lo si è fatto, sì, ma ampliando, approfondendo, sempre in maniera lieve, temi connessi e, soprattutto, cercando di conoscere l’autrice, moreschina di nascita, e “ritrattista” di un mondo piccolo ma a misura d’uomo e di donna ovviamente.

Cucina vista Torre è stato dedicato alle nonne. Licia è la nonna da cui tutto prende vita. Che faceva?

Cucinava. Per la sua famiglia e anche per gli altri: la comunità o il condominio, come scrive Cecilia. In occasione di feste particolari approntava dolci per i suoi conterranei. E registrava le ricette: quelle e altre ancora. Tante ricette appuntate su un’agenda della Carifermo, un po’ macchiata di caffè e di sugo. Segno che l’agenda era adagiata vicino ai fornelli, per non dimenticare nulla. Un patrimonio che non poteva finire così. Da salvaguardare, invece. E allora, l’ex sindaco di Moresco Amato Mercuri ha spinto la nostra a darsi da fare: riprendere, controllare, selezionare, scrivere e pubblicare. Ok.

Poi, ci sono i personaggi vissuti all’ombra dell’eptagonale Torre. Uno per tutti: Checco, il sarto. Se lo si fosse cercato come Francesco, nessuno avebbe saputo dare indicazioni. Checco era Checco, solo Checco.

E via di seguito, il dialogo, dai temi alti a quelli più popolari. Con un gran finale di calcioni, crostate e leccornie. Firmate 180^ La Golosa come marmellate.

Domenica prossima ci si trasferisce nella sede della Contrada San Martino, sempre a Fermo. E con un altro giovane scrittore: Riccardo Renzi. Copione identico: anche con i dolci. Uauuuu.

La Dieta mediterranea torna protagonista. Il Laboratorio insieme a Regione, Confartigianato e produttori

Due i riferimenti: La Settimana della Cucina Italiana nel mondo e una nuova legge regionale. E un titolo: Stile di vita e benessere della Regione Marche: la Dieta mediterranea.

Per lunedì 25 novembre, mattino, presso la Sala Imperatori di Porto San Giorgio, la Confartigianato di Ascoli-Fermo-Macerata ha chiamato a raccolta chi in questo campo ha lavorato da tempo e lavora oggi.

Ci saranno alcuni produttori come Sergio Corradetti e il suo prestigioso Anice, saranno presenti gli studenti del 4 e 5 Istituto Carlo Urbani di Porto Sant’Elpidio, e parteciperanno l’Associazione Cuochi Fermani con Sergio De Carolis e l’AIS (Associazione Italiana Sommelier) con Stefano Isidori.

Dopo i saluti del sindaco Valerio Vesprini e del rappresentante della Confartigianato, toccherà all’assessore regionale Andrea Maria Antonini. Spiegare gli intenti della sua legge sul Benessere Quindi, prima dell’intervento di Corradetti, sono attese le relazioni dei tre componenti il Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea, nell’ordineAdolfo Leoni, Lando Siliquini, Paolo Foglini.

Da 14 anni, il Laboratorio che ha sede a Montegiorgio patria della Dieta mediterranea si è impegnato a riprendere, diffondere e far vivere l’importante concetto di Dieta così come scaturì dall’imprescindibile studio denominato Seven Country Study (1960-1991) condotto da un gruppo di medici capitanati da Ancel Keys e Flaminio Fidanza.

L’obiettivo del Laboratorio era ed è quello di imperniare un nuovo sviluppo agricolo-relazionale-turistico-economico sullo stile di vita mediterraneo, nel contempo valorizzare e difendere la natura, il paesaggio, la storia, i piccoli centri.

Leoni parlerà di come Promuovere e raccontare la Terra di Marca; Siliquini intratterrà sull’Alimentazione mediterranea e nutraceutica; Foglini su La Dieta mediterranea: una storia del nostro territorio.

Il convegno terminerà con una degustazione di anice e un low Alcol che è la proposta di un cocktail

con un tenore alcolico molto basso, risposta alle bevute dello sballo dei fine settimana.

I giovani e il vino. Quel che non gli piace e che non fa gruppo. E pure è nostra tradizione

Il vino! Quasi un nettare degli Dei. Quello marchigiano sta crescendo velocemente. E insidia le posizioni del “confratello” francese.

Ma chi è il suo destinatario? Chi il suo consumatore? E, soprattutto, cosa dicono i ragazzi cresciuti a Coca Cola? Ne abbiamo sentito qualcuno. Ma iniziamo con una specie di sceneggiatura.

Scena prima. Una fiction oppure un film, fa lo stesso. Una cucina ampia, mobili bianchi, grandi vetrate, intorno è tutto in ordine, anche un po’ algido, lei è bella, non si capisce se stia cucinando o aspettando Glovo. Però tiene in mano un calice di rosso. Lo porta alle labbra, ne sorbisce un goccio, poggia il bicchiere sul’ “isola”. È tutto molto raffinato, non c’è tv, magari un po’ di musica new age.

Scena seconda. Siamo in discoteca. Ci si dimena. Musica assordante. Profumi oppure odori di testosterone e fragranze alla moda. Al bancone servono Cosmopolitan, Manhattan, Margarita e Martini (bevanda degli ancora più sofisticati), e poi la wodka, il Negroni, l’Aperol Spritz.

Nella prima scena, sembra la classe alta (forse i vip, sicuramente la buona borghesia) a degustare vini. Nella scena due, i ragazzi preferiscono ben altro.

Colte le due immagini, riportiamo quanto scritto recentemente da un blogger statunitense. Nate Westfall, 34 anni, sostiene che i giovani non s’interessano più del vino per quattro motivi: prezzo alto, assenza di marketing adeguato, poca accoglienza per i neofiti nelle cantine, industria poco interessata alle giovani generazioni.

Abbiamo fatto una piccola ricerca in Terra di Marca, avvicinando un millennials e un quasi millennials.

Allora, perché siete distanti dal vino? Risponde il diciottenne: «Perché in discoteca ci sembra di essere poco alla moda nel chiederne un bicchiere. Non è l’ambiente adatto. È poco raffinato portare in mano un calice di rosso. Vuoi mettere uno spritz, che bevono tutti, con un rosso che non beve nessuno? Si fa gruppo anche riconoscendosi nella stessa scelta del long drink».

Il sedicenne è ancora più preciso. «Ma che vino e vino! In discoteca ci si va molto spesso per ubriacarsi, è lo sballo del fine settimana, e allora cosa c’è di meglio della wodka…»

E il vino? Rispondono quasi all’unisono: «Ma non lo prendiamo neppure in considerazione, non ci viene in mente».

Il più giovane sembra maggiormente agguerrito: «Quando vediamo i calici alzati in quelle cucine supermoderne ci viene l’orticaria. Non ci riconosciamo in quelle immagini e in quelle figure».

Ma tu lo assaggi il vino? Il più grande: «Qualche volta sì, nei pranzi delle feste a casa. Ma non ci vado matto. Sembra un mondo staccato da noi».

Forse Nate ha ragione. Il target non è colpito. Ai giovani non si parla in modo giusto.

Detto questo, non vorremmo passare per divulgatori o sostenitori dei beoni. La moderazione fa parte del nostro bagaglio culturale. E il vino, scriveva il grande Luigi Veronelli, «è il canto della terra verso il cielo». E i suoi “tenori” e “soprani” sono gli agricoltori.

Il vino è una porzione della nostra economia marchigiana ed anche della nostra tradizione.

Pensate all’ager palmensis e al suo vino che ci parla di Torre di Palme e delle zone attigue. Pensate al vino della Transumanza, specie quello riposto sotto la neve, che ci ricorda i pastori erranti dall’Adriatico al Tirreno. Pensate infine al vino pecorino portato nelle Marche e in Abruzzo dai coloni greci.

Storia e bontà.

Facciamoglielo sapere ai ragazzi! Ne guadagneremo tutti.

Cammino la Terra di Marca: Gli incredibili sentieri naturalistici della zona dei cappelli

Montappone, giovedì 12 settembre. Davanti all’edificio bianco dove, al piano superiore sorge il Museo del Cappello, si trova facilmente parcheggio. È presto. Attendo un quad che mi prelevi. A piedi non farei in tempo. I sentieri da visitare sono numerosi, i chilometri tanti, la mattinata è breve.

Ecco che arriva Giulio Macarri. Mi ha chiesto di vestirmi pesante: il mezzo non è chiuso, l’aria ci trapassa e la velocità non è poca.

Giulio fa parte di una schiera di persone (Alberto Dichiara, Paolo Scorolli, Stefano Rossi, Enrico Rossi, Gianni Vita, Enrico Ciucaloni, Mauro Vitali, Serafino Bottoni, Alessandro Sardini, Dino Rapazzetti, Simone Achilli, Fabio Mancini, Andrea Vita e Tiziano Fusari) con un intento: riaprire le vecchie strade di campagna, molte demaniali qualcuna privata. I nostri hanno studiato vecchie cartine, hanno preso in esame quelle più aggiornate e si sono basati su un bel depliant di qualche anno fa che delimitava Il percorso storico naturalistico che partiva da Falerone e attraversava Massa Fermana, Montappone, Montegiorgio, Monte Vidon Corrado (l’elenco è stato messo in ordine alfabetico).

Non solo hanno studiato, ma anche lavorato. Da aprile scorso sino a pochi giorni fa, armati di falci, falcetti ed anche di un mezzo agricolo, hanno tagliato le erbe, pulito, sistemato, messo a disposizione di quanti vorranno percorrere un anello interessante tra natura, pace, silenzio. A onor del vero, già un gruppetto di ciclisti aveva ricavato uno stretto passaggio per le bici.

Ora partiamo da Montappone. Direzione Selva. Si scende sino al fosso Tarucchio, a volte la pendenza supera i 30 gradi e forse più. In alcuni punti sembra di stare in Amazzonia tant’è l’intrico delle piante, ci troviamo invece immersi in una densissima macchia mediterranea. Siamo prossimi a lu Vullicaru, area che erutta fango, un vulcanello insomma come a Monteleone di Fermo.

Raggiungiamo un luogo incantato: una specie di teatro all’aperto con per fondale una parete che sembra tuffo.

Ripartiamo superando due volte i torrenti Tarucchio e Rota. Siamo sotto a Massa Fermana, vediamo l’ex convento dei francescani osservanti e la selva che ospitò le riflessioni di frati famosi.

Si torna indietro. Indosso il cappuccio per pararmi dall’aria. Urliamo, l’uno l’altro, per farci sentire.

Obiettivo Monte Vidon Corrado. È un intrico di strade. Se Giulio non conoscesse i luoghi a menadito ci saremmo persi più volte. Da Monte Vidon Corrado torniamo a Montappone. Viaggio di un’ora in quad. Sentieri magnifici. Occasioni per camminate, biciclettate e cavalcate. Tra poco.

Sulle tracce di san Benedetto e dell’Europa, quella vera.

Non è mappato, ma esiste. E qualcuno l’ha sperimentato. È il cammino che da Santa Vittoria in Matenano conduce a Farfa, 195 km, passando per Comunanza, salendo per il Sentiero dei mietitori, giungendo a Forca di Presta e poi giù nella piana

Possiamo definirlo «sulle tracce dei benedettini». E c’è una tappa intermedia che oggi ha più valore di ieri. È quella di Norcia: la patria di san Benedetto, il padre dell’Europa, quella vera, ancora più importante in questi anni dove ricerchiamo l’Europa giusta.

sulle tracce dei benedettini

La tappa è presso il monastero di San Benedetto in Monte. Ieri, un priorato; da pochi giorni, un’abbazia con un padre/abate: dom Benedetto Nivakoff (dove “dom” sta per dominus).

Dopo 25 anni dalla sua fondazione per opera di dom Cassian Folsom, è arrivato l’importante decreto che ha suscitato la gioia e la gratitudine dei circa venti monaci – la più parte stranieri – che abitano questo luogo di pace che ha la città davanti e la montagna alle spalle.

monastero di San Benedetto in Monte

I monaci hanno un legame particolare con le Marche sud. Sono amici della Compagnia dei Tipi loschi di San Benedetto del Tronto e di alcuni movimenti ecclesiali.

Il primo maggio del 2015 compirono un gesto di cui ancora si parla. L’abbazia imperiale di Santa Croce al Chienti (Sant’Elpidio a Mare) era muta, solitaria e triste da secoli. Circondata da ombre, con sussulti notturni che sembravano meste invocazioni. Poi, quel giorno, centinaia di persone, giovani in maggioranza, hanno gremito la chiesa medievale ristrutturata per ascoltare una messa in latino, tra canti in gregoriano e profumi d’incenso.

E loro: i monaci di Norcia, sull’altare, con i paramenti che avevamo dimenticati. Sotto le arcate che videro passare anche gli imperatori, prima della celebrazione anche un brano di poesia: «Non tutto quel ch’è oro brilla. Né gli erranti sono perduti; Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza. E le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco. L’ombra sprigionerà una scintilla. Nuova la lama ora rotta. E re quei ch’è senza corona». Era l’immenso Tolkien de Il Signore degli Anelli. Due mondi, quel giorno si dettagliavano: fuori l’età contemporanea: liquida dove un tempo c’era terraferma, segatura dove un tempo c’era legno. Compatta, unita, tradizionale, e rivolta al sacro, quella di dentro.

Diabete: un Campus in montagna è meglio. Iniziativa dell’Associazione del Fermano

L’Associazione Diabetici del Comprensorio Fermano torna a riunirsi in Assemblea Ordinaria.

Lo farà il 14 Aprile prossimo, con la prima convocazione alle ore 8:30 e la seconda convocazione alle ore 10:00, presso il Ristorante-Hotel Il Caminetto, a Porto San Giorgio.

L’ordine del giorno prevede la relazione del Presidente Rosalba Scolaro: l’approvazione del Bilancio 2023 e di quello preventivo 2024. La Presidente farà un quadro delle attività svolte «con particolare attenzione ai risultati ottenuti e agli obiettivi raggiunti». Saranno inoltre presentate le attività che caratterizzeranno l’anno in corso. Tra queste, degne di nota, è il Campus per Diabetici di Tipo 1, arrivato alla settima edizione.

L’edizione 2024 si svolgerà dall’7 al 9 giugno presso l’Agriturismo Il Melograno a Sant’Angelo in Pontano. Coinvolgerà circa 30 pazienti diabetici di tipo 1, con età compresa tra i 20 e i 60 anni, in terapia con microinfusore o multiiniettiva. Quest’anno, spiegano dall’Associazione «si darà particolare importanza al counting dei carboidrati e alla modulazione della terapia durante l’attività fisica per prevenire l’ipoglicemia».

La struttura del Campus, già collaudata con successo nei precedenti anni, sarà costituita da escursioni in montagna in un ambiente naturalisticamente incontaminato, con percorsi di dislivello, talvolta impegnativi ma sempre adatti alla situazione. Queste attività saranno seguite da confronti in aula, durante i quali si procederà allo scarico dei sensori, con una verifica della conformità e dell’effettiva efficacia delle correzioni apportate.

Le sedute di attività fisica e le escursioni saranno guidate da trainer specializzati, laureati in scienze motorie e scienze naturalistiche, con qualifiche di guida alpina. Questa componente specialistica assicurerà un’esperienza sicura e adatta alle esigenze dei partecipanti, favorendo una pratica dell’attività fisica in sintonia con la natura circostante.

L’approccio integrato del Campus, ribadisce la presidente Scolaro, «unendo attività all’aperto, momenti di riflessione in aula e la presenza di professionisti qualificati, contribuirà a offrire un’esperienza completa e altamente formativa. In questo contesto, si mira non solo a migliorare la gestione quotidiana del diabete di tipo 1 ma anche a promuovere un approccio olistico al benessere e alla salute complessiva dei partecipanti».

Enea, i Piceni, la Sibilla. E un fiumiciattolo.

Più su c’è Penna San Giovanni, cittadina antica a aristocratica. Oggi solitaria, un tempo molto vivace. Più in basso insiste l’antica Falerio Picenus, oggi Piane di Falerone, importante ai tempi di Roma conquistatrice.

Sulla destra a salire, Rocca Ajello – attualmente altra cosa – vigilava l’ingresso ai territori dei Domini contadini. Gli fa da specchio Castel Bellucco, a guardia anch’esso delle terre dei Signori di campagna.

Il torrente Salino scorre sotto il ponte della strada che conduce in alto, e va a buttarsi nel fiume Tenna.

Il nome dice del suo stato: quello di un corso d’acqua salato, quantomeno nell’area di un intrigante Canyon. Anni fa realizzarono terme; secoli fa una salina per lo Stato della Chiesa.

Una leggenda lega l’Adriatico, la montagna e il rio. Racconta di Enea fuggito da Troia. L’eroe porta Anchise sulle spalle, Julo per mano, e Creusa, dietro di loro che sparisce ombra tre le ombre. Viaggio sofferto quello degli ultimi troiani che il destino ha deciso sbarchino nella terra delle loro origini. Dardano veniva da qui, da Esperia; i suoi discendenti avevano fondato Troia. Un ritorno, dunque.

La leggenda dice ancora dello sbarco di Enea sulle coste dei Piceni. I superstiti della strage cercano terre fertili, tribù accoglienti, acqua buona. Ma gli indigeni non vogliono. Sentono gli altri troppo diversi, se ne impauriscono. Sono conquistatori? Ed ecco il ricorso alla Sibilla.

I capi degli indigeni ascendono i colli, superano le balze, giungono in un antro. La Sibilla è lì, con la sua corte di donne stupende, con i suoi riti a volte paurosi, con le sue erbe che curano e ridanno vigore.

I capi pregano che la donna-maga e indovina li aiuti. La Sibilla riflette. La Sibilla consulta le stelle, guarda il volo degli uccelli, scruta l’orizzonte. Accetta. Non occorrerà far guerra. Farà altro. Renderà salato un fiume, renderà cattiva l’acqua così che non si potrà bere.

Enea è già all’interno. Ha navigato il Tenna, si è spostato verso nord. I suoi assaporano l’acqua: è pessima, la rigettano, non è buona. Questa natura non fa per loro. Tornano indietro. Risalgono le navi. Mettono le prore a sud, per poi virare ad ovest.

Ecco, quel che può evocare un rio.

La nostra compagnia guarda il fiumiciattolo, guarda queste campagne.

Potrebbero emergere, improvvisi, volti arcaici. E il solo pensarlo, ci rallegra. E il cammino continua.