Tour Contrada

Riappropriamoci della nostra storia! Andiamo a conoscerla! Visitiamo i luoghi che appartengono alla
nostra comunità!


Questa sera, con inizio alle ore 21, la Contrada Pila, aprirà la tre giorni di festeggiamenti con un tour nel
proprio territorio di riferimento.
Dal significato del motto: Sapientia et Caritas, al mascherone apotropaico della bella fontana, dalla
cerchia di mura che inglobarono la contrada alla suggestiva via Brunforte, da quella dei Monteverde:
Rinaldo il grande, Mercenario e l’ultimo Rinaldo, al cortile dei conti Gigliucci dove risuonò la voce di
Clara Novello, dalla fonte di Rialto e via Foscari che ricordano i trattati con Venezia, dalla chiesa di San
Gregorio dove nel catino absidale il pittore Sigismondo Nardi immortalò papa Gregorio che fermò i
Longobardi, alle vie: Francesco Sforza, che a Fermo diede vita alla prima vera Signoria delle Marche, e
Amalasunta, figlia di Teodorico che a Fermo soggiornò con suo figlio, da palazzo Brancadoro, dove
vissero personaggi famosi, uno dei quali venne ucciso dagli Insorgenti perché scambiato per un giacobino, sino a Palazzo Vinci Gigliucci.
Sulle tracce di donne, uomini, gesta e fatti forse un po’ dimenticati.
A condurre l’itinerario, insieme a me ci saranno Andrea Minnucci e Nicolò Cudini. Come dire: i giovani
storici che crescono.

San Paolino

Falerone. Ieri mattina. In spiaggia caldo infernale. Davanti a San Paolino di Falerone c’è una brezza
divina.
Ci si potrà tornare cento volti in questo luogo, e cento volte l’emozione sarà diversa già a partire dal viale
alberato d’ingresso.
Un’emozione che coglie sia che si vada di prima mattina, quando i Monti Azzurri sono quasi di cobalto,
sia che la si raggiunga di sera, quando la piana del Tenna è sommersa di luci, ma le stelle riescono a
penetrare l’artificio e la luna occhieggia tra pini che sovrastano la chiesa.
Tre sedili in legno consentono di ammirare la breve facciata. Il tempio è piccolo, è longobarda, è solitario.
Alcune minuscole pietre lavorate sono state incastonate nelle pietre grezze. Simboli diversi come i nodi di
Salomone, i tralci della vite, le stelle a cinque punte, i petali di rose, i raggi del sole, espressioni di mondi
che legavano il finito all’infinito, il dato terrestre a quello celeste.
Lungo il viale resistono ancora le querce. Fanno ombra al viandante, al pellegrino, al cercatore di pace. Lo
rinfrescano quando il sole è implacabile, come in questi giorni, e lo abbracciano, proteggendolo,
nell’oscurità carica di presagi.
Leggo che “gli alberi comunicano fra loro attraverso colori, odori, impulsi elettrici e rumori, un
linguaggio che noi purtroppo non comprendiamo. Sono gli esseri viventi più forti e longevi del pianeta,
non hanno un sistema nervoso centrale non si muovono ed auto producono il loro nutrimento”.
Stefano Mancuso ha scritto un romanzo su questo tema: La versione degli alberi.
Nel mondo verde di Edrevia, gli alberi parlano e camminano, a volte battibeccano, si amano, scrivono
libri e li custodiscono in biblioteche splendenti, organizzano feste che durano settimane, si commuovono
di fronte ai tramonti. Ma quando la loro casa è in pericolo, minacciata dalla crisi climatica, gli alberi
possono anche decidere di partire e andare lontano, alla ricerca di risposte e soluzioni, di nuove alleanze e diversi orizzonti.
Tolkien aveva immaginato gli Ent, ossia i “Pastori degli Alberi”: figure gigantesche dall’aspetto arboreo,
ma capaci di parlare e di muoversi autonomamente, il cui compito è di custodire le foreste. Per lo scrittore
inglese, il bosco, la foresta, l’insieme di alberi sono entità dotate di vita propria, “indipendente da quella
degli Uomini (e degli Elfi, e dei Nani…), ma non per questo meno viva e intensa, una vita di cui i
personaggi si rendono conto solo quando essa si dimostra ostile, come nel caso della Vecchia Foresta ai
confini della Contea, i cui alberi sembrano congiurare per ostacolare e sviare i viaggiatori, o del Vecchio
Uomo Salice, che li attira e li incanta per poi intrappolarli all’interno del proprio tronco o annegarli nel
fiume sulle cui rive cresce. Naturalmente tutto questo è solo frutto di immaginazione”. Resta il fatto che,
“Alla fine della Terza Età, gli Ent rimanenti abitavano sostanzialmente soltanto nella Foresta di Fangorn
ma contribuirono in maniera decisiva alla sconfitta di Saruman e alla difesa di Rohan durante la Guerra
del’Anello”.
Mentre divago tra realtà e fantasy, mi raggiunge un uomo. Saluta, augurandomi il “Buon giorno”.
Qui accade ancora.

Palio ad Offida

Ad Offida, il “miracolo” di un palio vinto alla Cavalcata dell’Assunta di Fermo


Nella originale chiesa di San Giovanni a Torre di Palme spiccano le bacheche con i palii vinti dalla
Contrada. Lo stesso nella chiesa di San Domenico, al centro di Fermo; così pure in altre chiese di
contrada.


Ma un particolare palio, dalla storia incredibile, lo si trova in un tempio sacro di Offida.


In breve, questa la vicenda: era il 14 agosto del 1840. Era tempo di Cavalcata dell’Assunta a Fermo. Nella
corsa dei destrieri, si afferma un cavaliere di nome Giuseppe Desideri, provveditore delle pubbliche
carceri di Offida. È lui a vincere il palio di quell’anno, un palio che ha la Madonna incoronata in primo
piano, sorretta dagli angeli. Desideri lo porta con sé relegandolo nella soffitta del suo palazzo in attesa di
migliore sistemazione. Sistemazione che viene trovata due anni dopo presso la cappella delle nuove
carceri. Un fatto singolarissimo accade però l’otto luglio del 1850. Maria Giuseppina Loffreda si trovava
quel giorno a pregare dinanzi all’immagine della Vergine quando si accorse con stupore e tremore che gli
occhi della Madonna si muovevano. Il fatto miracoloso fu constatato anche da numerose persone subito
accorse nella cappella. Anche il vicario generale della diocesi mons. Guido Poggetti confermò l’accaduto.
Così il palio venne spostato nella chiesa collegiata. Ancora oggi, in occasione dell’otto luglio, ad Offida
viene celebrata una processione per le vie della cittadina. Nel 1950, in occasione del centenario
dell’evento miracoloso, venne scritto un inno dedicato alla Madonna del Palio.

Notizia

Nella “Notizia del giorno” diffusa stamani dal Club di Papillon, rileviamo elementi interessanti su salute e
Ben Essere, una battaglia che da anni porta avanti il Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea.
Dunque, le notizie di oggi circa il cibo e il comportamento alimentare, sono queste.
“Tornano a crescere i consumi in Italia, secondo l’ultimo rapporto Coop, superando i livelli del 2019. A
fronte di un calo della spesa per la ristorazione, si registra un aumento degli acquisti nella grande
distribuzione, con un incremento trainato dal settore dell’ortofrutta”.
“I consumatori – spiega il giornalista Paolo Massobrio – si mostrerebbero più attenti alla salute,
scegliendo quindi prodotti più freschi e meno ultra processati, come dimostra l’aumento delle vendite
di uova e legumi. La ricerca del risparmio rimane comunque un fattore cruciale: gli italiani prediligono le
promozioni e i prodotti di marchio del distributore che continua a crescere in popolarità”.
In altri settori, viene rilevato l’emerge di quel fenomeno individuato come “deconsumismo”: “si privilegia
cioè l’acquisto dell’indispensabile, si riparano oggetti e si ricercano prodotti usati, mentre gli acquisti
tecnologici si orientano verso ciò che è utile anzichè verso l’ultimo modello”.
Buone notizie per i nostri agricoltori. “… sembrerebbe che gli stati membri dell’Unione Europea siano
arrivati a un accordo unanime per semplificare la PAC. Il pacchetto di riforme, denominato Omnibus III,
mira a ridurre la burocrazia per gli agricoltori, apportando modifiche sui piani strategici e sulla gestione
dei fondi, con una stima di risparmio annuale di 1,6 miliardi di euro per le aziende agricole e oltre 200
milioni per le pubbliche amministrazioni”.
Tornando al cibo, Massobrio ricorda come la cucina abbia fatto da collante ad una amicizia storica:
“quella tra gli attori Gino Cervi e Fernandel, più noti come Peppone e don Camillo. I due, entrambi
buongustai, condividevano spesso pranzi e cene durante le pause delle riprese, a base di ricette francesi ed
emiliane, creando un’atmosfera di convivialità che contribuiva alla magia dei loro film. Ne è uscito
un libro “Fernandel e Gino Cervi. Il cinema, l’amicizia e la buona tavola” a cura del critico
cinematrografico Domenico Palatella e dal gastronomo Patrice Avella”.

Montefalcone Cappuccini

Montefalcone. Sabato pomeriggio.
C’è il torrione sulla Rocca, che guarda i monti e la piana dell’Aso. Vi si rifugiò inutilmente Rinaldo da
Monteverde.
C’è la chiesa di San Pietro in Penne, è del 1300. Ha un abside che non guarda l’Oriente, come
nell’architettura cristiana tradizionale, ma l’Ovest: la montagna della Sibilla, con il suo antro e le sue
leggende.
C’è la chiesa di San Michele Arcangelo che conserva i quadri del dimenticato don Giuseppe Toscani. Il
vicino Palazzo Felici, del 1600, accoglie invece il museo dei fossili, un quadro dell’Alamanno e il Centro
di Educazione Ambientale.
E poi c’è lui: Matteo da Bascio che fece scoccare – anno domini 1525 – la scintilla che portò
successivamente alla fondazione dei Frati Minori Cappuccini.
Immaginate la scena: è l’inverno del 1525, una processione di frati sta tornando all’antico convento
fondato nel 1215. Il freddo è intenso. Il pranzo attende e anche il camino acceso. Ma anche un povero, ai
margini della strada, attende una mano fraterna. I frati passano. Lo ignorano. Matteo no.
Matteo si scuce due pezze del saio. Copre il sofferente. Gli sguardi s’incrociano. Qualcosa scoppia nel
cuore del francescano. Di notte, il mendico gli torna in sogno. Gli mormora una frase: «Ricordati di tuo
padre Francesco». Occorre fare qualcosa. Occorre risvegliarsi dal rilassamento. Matteo fugge dal suo
convento lasciando il saio finora indossato e indossandone un altro preparato da lui stesso.
Torniamo all’oggi. Davanti ad una folta platea e davanti all’antico convento, i cui semplici affreschi del
chiostro sono testimonianza della vita del Santo di Assisi (ben spiegati dal prof. Enrico Giannini), padre
Fabio Furiasse, bibliotecario dei Cappuccini, racconta la storia dell’uomo che accese il fuoco della
riforma Cappuccina. Storia complessa, dice, storia difficile. Spiega del concetto di povertà che diede
luogo anche a scontri tra i frati; dei papi che cercarono soluzioni acquisendo le proprietà e poi
riconsegnandole. Sino a quel 3 luglio 1528 quando Clemente VII emana la bolla di riconoscimento
Religionis zelus.
Sono 500 anni che i Cappuccini esistono e operano tra le genti. Le Marche hanno il primato dell’origine,
ne sono state la culla Per cui occorre degnamente celebrare la ricorrenza. Come?
Padre Sergio Lorenzini è sorridente. Ne ha pensate tante in giro per le Marche: dai Cammini agli
incontri, dai concerti alla sfilata delle Fiat 500 (Cinquecento!!! data simboli). Ha scritto anche un romanzo
storico: Lo Spirito dei Cappuccini.
La Festa del Cappuccio, nei giorni scorsi a Montefalcone ha visto anche una pedalata, la cena di “fra
Matteo
”, la Camminata, l’esibizione medievale del gruppo Fortebraccio veregrense, il Cantafavole e il
Laboratorio grafico-pittorico.
Tornando invece a padre Fabio, lui ha incantato la platea (accompagnato anche da due giovani ottimi
strumentisti: Samuele Ricci al violino e Annalisa Levantesi alla tastiera), per le cose dette e per come le
ha dette: simpaticamente, quasi un giullare d’altri tempi. I giullari di Francesco.

Malaspina nuovi quadri

Di Alessandro Malaspina, pittore e già docente all’Istituto d’Arte di Fermo, parlammo anni fa. Su di lui
torniamo per alcune opere realizzate e poste nel Santuario della Madonna della Misericordia di Fermo.
L’ultima è di poche settimane fa. È stata collocata in una nicchia della navata destra, accanto all’altare.
Ritrae la Madonna giovinetta tra i suoi genitori: sant’Anna e san Gioacchino. È un dipinto atipico:
Maria legge un libro porto da suo padre e indica una frase (chissà quale). Gioacchino, che solitamente
viene raffigurato in disparte, quasi sonnecchiante, stavolta è ben sveglio ed attivo. È lui, dal profilo
ebraico, a porgere il volume, come a trasmettere un insegnamento. Sant’Anna, quasi una matrona romana grave, giusta e serena guarda la scena. C’è luce ma non c’è paesaggio. Scelta voluta dall’artista. Il quadro è un omaggio alla famiglia.


Di fronte, sull’altra navata, quasi a dare continuità alla storia di Maria, ci sono san Giuseppe e il giovane
Gesù. Giuseppe è alto e bello, nel pieno del suo vigore, contrariamente ai canoni tradizionali che lo
hanno quasi sempre raffigurato vecchio. In mano ha il nardo fiorito simbolo di gemmazione. In questo
caso, il paesaggio è rappresentato da una strada lastricata, da colline dolci e da una luce che scende
dall’alto, dal triangolo di Dio.


Malaspina spiega il suo impegno che, ormai da dieci anni ha virato verso il campo dell’arte sacra.
L’avverte quasi come una vocazione, una sorta di spinta interiore.


Continuiamo il giro all’interno del Santuario che accoglie altre sue opere. Siamo in una chiesa agostiniana.
Non mancano sant’Agostino e sua madre santa Monica. A legarli alla Madonna è una cinta. Esiste una
leggenda cui Malaspina s’è ispirato. Racconta che la Vergine Maria desiderosa di aiutare santa Monica,
le apparve in sogno con un abito dimesso e una cintura di cuoio ai fianchi, e gliela donò chiedendole di
portarla sempre come segno di protezione e legame con Dio. L’arte dunque racconta.


Chiudiamo con il ritratto, sempre del Malaspina, della venerabile Renata Carboni, originaria di
Montefalcone Appennino, morta giovanissima e la cui tomba si trova proprio nel Santuario fermano.


Prima di lasciarci, il pittore mi ricorda il suo quadro su padre Kolbe, oggi nella chiesa di Sant’Antonio a
Fermo. Lo realizzò per conto del gruppo della Milizia dell’Immacolata.

Gemellaggi

Turisti non per caso.

Turisti da raggiungere, invitare, convincere, coccolare. Ogni modalità è utile, purché intelligente e adatta allo scopo. 

Vittorio Sgarbi lanciò una invettiva contro quegli «amministratori idioti» che non allestiscono più mostre. Non capiscono che le mostre portano soldi e turisti, molto più dei musei, che sono «luoghi della morte» disse così. 

Non è il caso di Fermo (come anche di altri comuni viciniori), che le mostre le allestisce e anche di successo.

Allarghiamo ora il discorso. Esiste il problema dell’iperturismo che invade le città grandi. La soluzione potrebbe essere il deviare turisti verso i centri minori. Purché questi si facciano conoscere nel senso che siano loro a fare il primo passo verso i viaggiatori/visitatore. 

Farsi conoscere ma anche conoscere le proprie ricchezze, i propri beni culturali. C’è poi il bisogno di agganciare i gusti e i flussi.

Tempo fa lanciammo una proposta. Ci riproviamo. Scrivemmo: Perché non i gemellaggi culturali?

Qualche esempio aiuta la comprensione. Partiamo da Fermo.

Vincenzo Matteucci, soprannominato “Saporoso” perché persona affabilissima, era fermano. Una Torre ricorda la sua famiglia. In quella torre rinchiuse la stupenda principessa Cameria, figlia di Solimano II, sposa di un generale del Gran Sultano.

Saporoso fu anche capitano di ventura e attento all’architettura militare. Fortificò Ragusa, la Dubrovnik attuale, nella “nostra” Dalmazia, in Croazia (del sud) per la nuova geografia. Perché Fermo non chiama Dubrovnik e stabilisce un contatto a partire da quei fatti?

Nel Museo diocesano, che mons. Germano Liberati voleva con opere continuamente avvicendate, spicca la Casula di Thomas Becket. Forse l’oggetto più prezioso dei tanti preziosi che vi si conservano. Fu lavorata finemente dai Mori di Spagna. La indossò l’arcivescovo di Canterbury, Thomas, colui che venne ucciso dai sicari di re Enrico II. 

Ne scrisse T.S. Eliot in Assassino nella Cattedrale.

Dopo l’uccisione, la madre di Thomas donò la Casula al vescovo di Fermo Presbitero, che era stato compagno di studi di suo figlio a Bologna.

Fermo chiami Canterbury. L’assessore di qui chiami l’assessore di là. C’è un legame forte che vincola le due terre. Perché non gestirlo? 

A Kilkenny, in Irlanda, ci sono edifici pubblici, privati ed anche vie, intitolati al cardinal Rinuccini.

Rinuccini era fermano, e venne spedito dal Papa nel 1600 per sostenere gli irlandesi nella guerra con l’Inghilterra. Non è poco…

Ancora un legame: Fermo solleciti Kilkenny.

Che dire poi del rapporto Fermo-Cremona, e Fermo-Cotignola? Da noi venne Bianca Maria Visconti moglie di Francesco Sforza. A Fermo diede alla luce Galeazzo Maria Sforza, futuro quinto duca di Milano. 

Il maggiore venturiero del 1400, Francesco era nato a Cotignola. Dice niente?

Andiamo oltre.

A Massa Fermana, nella zona prossima al cimitero sorge un convento che fu eretto dopo il passaggio di san Francesco. Vi risedettero per qualche tempo san Bernardino da Siena e san Giacomo della Marca di Monteprandone. 

Due santi ma anche due economisti, tra virgolette. Furono loro a pensare e costruire i Monti di Pietà. E quanti ne furono allestiti!

Porto San Giorgio ha vie che ricordano Venezia, qui approdavano le navi che avrebbero preso a bordo i podestà fermani divenuti doge della Serenissima (accadde tre volte nel Medio Evo).

Ancora legami. Ancora possibilità di gemellaggi.

La zona dei Sibillini ha la grotta della Sibilla come emblema e richiamo. Nel suo Tannhauser Wagner s’ispirò a quell’antro. Wagner era nato a Lipsia.

Se alziamo lo sguardo dai cellulari, vediamo un mondo da mettere in rete.

Perché non usare anche questa strategia?

Frinchillucci Katmandu

L’esploratore e antropologo Gianluca Frinchillucci è tornato da pochi giorni dal Nepal. Giusto in tempo
per assistere alla presentazione del libro “L’uomo con il Cappello” (Fas Editore) dell’archeologo Zahi
Hawass
, al Teatro dell’Aquila di Fermo.
Proprio Frinchillucci, insieme all’editore Marco Corradi e alla Biblioteca civica Spezioli, ha contribuito
ad organizzare l’incontro.
A Katmandu, il direttore dell’Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti”, ha preso parte alla Seconda
Conferenza Interpolare
tenutasi dal 3 al 5 settembre presso la sede dell’ ICIMOD.
L’ICIMOD: Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato della Montagna (International Centre for
Integrated Mountain Development
) è un’associazione fondata nel 1983 a Katmandu, che ha lo scopo di
creare conoscenza al fine di garantire e migliorare i mezzi di sussistenza delle popolazioni di montagna
nell’area della regione transfrontaliera Hindu Kush-Himalaya e preservarne le
peculiarità ecologiche e culturali.
L’intervento di Frinchillucci, dal titolo “Cultural Heritage and Community Resilience between the Arctic
and the Third Pole” (Patrimonio culturale e resilienza delle comunità tra l’Artico e il Terzo Polo), si è
tenuto all’interno della seconda sessione plenaria dal titolo “Community Resilience and Climate Actions”
(Resilienza della comunità e azioni per il clima).
“È stato un onore prendere parte a questa sessione per discutere di resilienza e delle sfide che interessano
le comunità tra l’Artico e il Terzo Polo” ha dichiarato Frinchillucci al suo ritorno nelle Marche.
L’antropologo ha inoltre voluto ringraziare quanti lo hanno sostenuto nell’iniziativa:
Marco Volpe, Giorgio Marinelli e Kamrul Hossain e Mohd. Farooq Azam.
È stata l’occasione ancora una volta di far conoscere il Museo Polare Zavatti in un consesso
internazionale. Alcuni mesi fa il direttore Frinchillucci e lo stesso sindaco di Fermo Paolo Calcinaro,
avevano presentato a Katmandu l’ultimo numero della rivista Il Polo edita dall’Istituto Polare Zavatti, che
aveva lanciato il tema del Terzo Polo.
Notazione a margine: Frinchillucci ha lasciato il Nepal poche ore prima che la rivolta esplodesse con
l’incendio del Parlamento e le dimissioni del primo ministro nepalese Kp Sharma Oli.

Croce Verde

Si può diventare cittadini consapevoli in diversi modi. Quello più efficace è far volontariato. Il concetto
che sottende è quello del dare o, per dirla in altro modo, quello del dono. Darsi e donare agli altri. Dove
poi, a ricevere di più sono coloro che danno. Perché l’azione verso il prossimo soddisfa sicuramente chi la
riceve ma, soprattutto, chi la compie.
Senza astrazioni, ma con molta concretezza è quanto avvertono e sperimentano i 280 soci operativi (i
sostenitori sono oltre mille) della Croce Verde di Fermo.
La sede è conosciuta: ampia, bella, accogliente. Risale al 2008.
Alla porta di vetro dell’ingresso, in questi giorni sono appesi due fiocchi rosa. Bambine di volontari
accolte dalla “famiglia” dei volontari.
Fuori, nello spazio di destra, scorgiamo le ambulanze (12) e poi le altre macchine tra cui i furgoni per i
disabili. All’interno è un brulichio di personale. Tutti in divisi e tutti pronti a scattare al primo allarme: c’è
di mezzo la salute della gente, ma ci sono di mezzo anche altre esigenze,
Nata nel 1982, la Croce Verde di Fermo ha iniziato solo con gli interventi delle ambulanze, lato sanitario,
poi si è passati anche all’ambito sociale.
Con il mutare dei tempi, con i problemi delle famiglie sempre più impegnate, con la longevità che cresce,
con altre necessità sempre emergenti, il sociale è diventato preponderante.
Nel 2024 i trasporti sono stati complessivamente 27 mila. La maggior parte, appunto, riguardante la sfera
sociale.
Le richieste sono oggi le più disparate, dalle più piccole a quelle maggiori. Me le elenca il presidente
Emanuele Del Moro nella Croce da 31 anni. Vanno dalla richiesta di essere trasportati ad una visita
specialistica fuori città a quella d’essere accompagnati dalla parrucchiera o a ritirare la pensione. Per cui,
non si è più autisti o semplici accompagnatori, ma amici di famiglia. Uno dei casi ultimi è stato il
condurre una anziana al matrimonio di una nipote, con invito a pranzo anche per il milite.
«Ci sono volontari – spiega Del Moro – che continuano per anni a fare lo stesso servizio, come quello del
trasporto dei ragazzi disabili». Segno di un attaccamento che va oltre ogni prontuario.
C’è necessità di altri volontari? «Se ci fossero amplieremmo i nostri servizi. Capita comunque che più
volontari abbiamo e più la domanda cresce».
C’è un fatto che il presidente tende a rimarcare: «La nostra è una specie di scuola di civismo. S’impara un
diverso modo di stare al mondo». Si ha cari gli altri, come quella vecchia che stringe la mano del
volontario mente la portano in ospedale, come l’altra che cerca un contatto fisico che altrove non trova.
L’organigramma, oltre al presidente, presenta un vice: Fabrizio Ciccola, che s’occupa di formazione e
servizi; Francesca Spinelli, economa e responsabile dei volontari; Mauro Fedeli, che pensa ai mezzi;
Paolo Mora, che gestisce i soci; Leonardo Rogante responsabile della comunicazione e addetto alla
Protezione civile; Samuele Lamponi ,che si dedica alla sede; Gianluca Petrini, che è d’aiuto a tutti; e
Giulia Fenni, segretaria del Consiglio.
Un mondo. Che è un bel mondo. Dove s’impara altro.

Contrada Castello a Pescara del Tronto

Contrade fermane della Cavalcata dell’Assunta di Fermo in trasferta.
Stavolta è toccato alla Contrada Castello.


Sabato scorso, il priore Giorgio Prugnoletti, con il tipico abbigliamento medievale (il robone) degli
“amministratori”, quello di color nero, ha sfilato a Pescara del Tronto, al Villaggio SAE nella cornice del “Festival del Gusto Mare e Monti”.
Prugnoletti ha portato con sé un gruppo di 22 persone tra figuranti, tamburini e sbandieratori. Questi
ultimi hanno proposto una breve esibizione che ha ottenuto il plauso del pubblico presente.
La Contrada era stata invitata dal presidente della Pro Loco di Arquata del Tronto Alfonso Lamberti
durante un incontro svoltosi tempo fa a Pedaso.
Per il priore Prugnoletti è stata anche l’occasione per porre le basi di una futura collaborazione, oltre che
promuovere per l’intera Cavalcata dell’Assunta.


Pescara del Tronto è una frazione del comune di Arquata e, come il capoluogo, è stata tragicamente
colpita dal terremoto.
Ha anche una storia molto antica che risale ai tempi dei Romani.
Per quanto riguarda l’epoca medievale, secondo alcuni ricercatori, la chiesa parrocchiale, anch’essa andata
distrutta, era stata fatta costruire dai Cavalieri Templari che, di ritorno dalla Terra Santa, si stavano recando a Roma dal papa. La chiesa era stata dedicata alla Santa Croce, e custodiva una croce astile, per
fortuna recuperata dalle macerie, che la tradizione popolare diceva portata da un residente che aveva preso parte alle Crociate.
Tra le rovine fu anche recuperato il grande crocefisso che venne esposto il 27 agosto del 2016, nel giorno
dei funerali delle vittime.


L’iniziativa di Castello rientra nei rapporti che le Contrade di Fermo hanno iniziato a tessere con diversi
comuni delle Marche.
Inoltre, rapporti di collaborazione si sono sviluppati con la rievocazione di Corridonia chiamata La
Margutta
e con Camerino per la Corsa alla Spada. Entrambe le città inviano ormai da qualche anno
delegazioni a Fermo in occasione del Corteo processionale del 14 agosto. Così come una nutrita
delegazione della Cavalcata dell’Assunta partecipa a Monterubbiano in occasione dell’Armata di
Pentecoste
.


Dal canto loro Alfieri e Musici della Cavalcata si sono esibiti a Milano, San Remo, Dubai, Abu Dhabi,
L’Aquila, Gualdo Tadino.