La Dieta e le feste. Il cibo e la tradizione. Il ben essere della terra di marca

Agganciarsi alle stagioni, riscoprire i cicli della natura, “santificare le feste” anche nel cibo. È uno stile, è un un modo d’essere, è una modalità che aiuta la vita e la salute. È la Dieta mediterranea.

Quando l’èquipe del prof. Ancel Keys e del suo collega Flaminio Fidanza arrivarono a Montegiorgio e nelle terre d’intorno, tra le diverse domande che posero a famiglie e uomini tenuti sotto osservazione per lo Studio delle Sette nazioni (Seven Countries Study), ci fu quella riguardo alle feste e al trovarsi a tavola insieme. La ritualità e la ciclicità anche inconsapevolmente atterravano sulle mense. Il cibo si legava ai mesi, alle ricorrenze. Un filo rosso che stringeva generazioni su generazioni.

Nello standard di oggi, che si chiama omologazione, s’è rischiato che molta tradizione venisse meno. E quando scriviamo “tradizione” non intendiamo qualcosa di passatismo, di museale, di ammuffito. Afferriamo e proponiamo invece la possibilità di un suo dinamismo.

Entriamo nel periodo di un mese particolare, allora. Domani sarà il primo di novembre: festa di tutti i Santi (Ognissanti). Quindi, il giorno successivo commemoreremo i nostri defunti. Un legame, ripetiamo.

E il cibo? Beh, vediamo. Pensate un attimo alle fave dei morti. Sono biscottinialle mandorle che profumano di limone, e che, proprio per la forma, possono ricordare le fave che conosciamo.

Vengono realizzate con albume d’uovo, aggiunta di pinoli e, ovviamente, zucchero.

Le si mangiano dopo il pasto. Le si portano come dono alle famiglie amiche e ai parenti che si visitano prima di recarsi al cimitero. Lo si faceva e lo si fa ancora.

A Montegiorgio, il monastero delle Clarisse, già rocca dei Brunforte, oggi è vuoto e in futuro restauro. Di questi giorni, le monache sfornavano, anche i funghetti di zucchero e di anice. Una goduria specie per i bambini. Non se ne trovano quasi più.

Sempre loro, le discepole di santa Chiara, preparavano per queste giornate gli “ossi dei morti” con “dentro tanto zucchero – si legge nelle loro carte ottocentesche ricordate da Tommaso Lucchetti – tante mandorle, cannella oncie 1 ogni libbra, limoni 2, rossi d’uova quelli che riceve, bianco per fuora”.

Guardiamo, fuori dalle finestre, i nostri bei campi. Non mancano i primi globi natalizi. Non sono gli addobbi artificiali già presenti sul mercato. Sono d’altro genere. Sono il dono della natura. Sono i cachi, considerati un tempo il frutto degli dei. Coglieteli subito, è l’invito di Guglielmina Rogante, perché la loro “bellezza è la brevità”.

cachi

In certi magazzeni – non osi il correttore scrivere magazzini! – le mele vengono distese sulla paglia. Si conserveranno a lungo e a lungo profumeranno tutti gli ambienti. Non capita al supermercato. Intanto le olive sono state raccolte e, con Giosuè Carducci,

“per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini va l’aspro odor dei vini
l’anime a rallegrar”.

cantina

È tutta Dieta, Un’altra dieta, che ci sembra più giusta.

Il Taccuino di Emanuele Luciani. Tra vino, storia e racconti

Il Mio Taccuino. Marche dalla vigna alla tavola”. S’intitola così il volume di Emanuele Luciani che mette insieme storia, racconti, cammini, cantine. Emanuele, fermano, è guida naturalistica, con enorme passione per storia e archeologia. Sua moglie Anastasia Nicu è imprenditrice nel campo turistico. Insieme hanno partecipato a un bando regionale mirato a valorizzare il territorio a partire proprio dal vino. Anastasia ha stilato il progetto “Il vino marchigiano: Cuspide della Triade Sacra”. La Regione Marche lo ha recepito. L’assessore e vice-presidente Mirco Carloni lo ha apprezzato. Guido Tassotti, albergatore lungimirante se n’è fatto capofila. I nostri giovani lo hanno messo in pratica coinvolgendo 26 cantine che hanno proposto i loro prodotti in dieci cene a tema. Ed ecco l’intuizione: cibi e vini di ogni serata, nei diversi ristoranti, abbinati ad una storia che tocca la Terra di Marca o di cui la Terra di Marca è protagonista. Così, leggendo e ascoltando, fendiamo idealmente il mare e attracchiamo indifferentemente nei porti ad est o ad ovest di quello che Braudel definiva la distesa liquida tra due montagne; così incontriamo il vecchio saggio greco, prigioniero dei Senoni, che insegna ai nobili celti, e le parole di Predrag Matvejevic: «il nostro mare arrivava fin dove cresce l’ulivo»; così intravediamo la Visso antica, “luogo d’incrocio di numerose vie di comunicazione”, i Sibillini, le colline, e l’andare di pellegrini, e commercianti, e gente qualunque ospitata e sfamata nei tanti monasteri della Marca, e i cereali coltivati, e quello tra i più antichi: il panìco. Narrazioni!

Emanuele ha fatto un gran lavoro di studio e di ricerca. Ha avuto la capacità di collegare e intrecciare e impastare età diverse, senza cesure. Lo ieri e lo oggi avvinghiati.

Il Taccuino di Emanuele Luciani. Tra vino, storia e racconti
L‘autore Emanuele Luciani

Lui non sogna i racconti: li vive, li interpreta, li vorrebbe vicenda quotidiana. Per capire, basterà incontrarlo con il suo tabarro nero, che risalta in alcune pagine, e con la sua barba francescana.

Taccuino, dunque, perché quello che lui scrive in qualche modo l’ha vissuto in proprio, ed è possibile replicarlo. Perché il viaggio che propone sarà unico, altri non ce n’è.

Il volume è corredato di particolari illustrazioni. Le ha realizzate Diego Del Giudice, altro personaggio suggestivo, dalla matita acuta come la sua mente fantastica.

Nella prefazione – il libro è stato pubblicato dalla Giaconi Editore – l’attenta e sagace Valeria Nicu, guida turistica, scrive tra l’altro qualcosa che ci inorgoglisce: «Il Taccuino di Emanuele Luciani veste di storytelling le Marche dimostrando che no, proprio no, non ci stiamo ad essere definiti come una regione ricca di opportunità ma poco propensa a raccontarsi».

Il diabete, l’insulina e le contrastanti sensazioni. Ne parla Rosalba Scolaro

Nella Giornata Mondiale del Diabete, celebrata anche a Porto San Giorgio, al teatro comunale, grazie all’Associazione Tutela Diabetici del Compensorio Fermano con la partecipazione di medici operatori e del presidente della Regione Acquaroli, ha colpito l’intervento del presidente dell’associazione, Rosalba Scolaro. Ha parlato di sé e dei problemi incontrati come diabetica. «Raramente – ha esordito – si parla di Insulina e di Emozioni. La letteratura definisce le sei Emozioni primarie quali Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura, Disgusto e Sorpresa, che negli esseri umani si mescolano dando origine a delle Emozioni più complesse, le secondarie, come il senso di colpa, l’invidia e la vergogna». E ha declinato così le emozioni: «Tristezza per essere malati e Gioia perché c’è qualcosa, l’Insulina, che ci permette di avere una qualità della vita adeguata». E poi «Rabbia nell’essere stati “colpiti” da questa malattia e Paura di non saperla gestire e non saper gestire l’Insulina.

A volte se ne prova Disgusto per l’odore inconfondibile, ma anche Sorpresa per il giovamento che apporta». La Sorpresa è data anche dalla scoperta che non si è soli, e «la Gioia sta nel prendere coscienza che l’Insulina, anche se somministrata, ci permette di avere una vita assolutamente normale». Esiste poi «il Senso di Colpa di un genitore che si sente responsabile della malattia del proprio figlio, il senso di vergogna che un figlio può provare in mille situazioni. La Tristezza di un genitore che ascolta lo stato d’animo del proprio figlio malato e la Gioia che il proprio figlio trasmette nel rassicurare il genitore». Ed ancora: «Le emozioni possono far vedere l’Insulina come una Benedizione, ma anche come un nemico dal quale fuggire». Allora, gestire le emozioni non è cosa semplice, spiega la Scolaro che ricorda «la prima “puntura di Insulina”… la prima fatta da sola: una siringa in vetro con un ago in acciaio, ricordo la sensazione del freddo del batuffolo di ovatta imbevuta con l’alcool, l’odore dell’alcool, la mano tremante che prende la siringa, e poi il dito indice che spinge lo stantuffo e la sensazione di bruciore sulla coscia. Ma lì, in quel momento, con Sorpresa e Gioia, ho sconfitto la Tristezza e la Rabbia, ho abbandonato la Paura, la Vergogna. I sensi di colpa dei miei genitori si sono trasformati in orgoglio e consapevolezza che nulla mi avrebbe fermato».

A Santa Vittoria in Matenano. Sulle tracce di san Benedetto. La Regula. Il cibo. Le monache

Norcia, estate 2020. Volevo rivedere la cittadina dopo il terremoto e acquistare la birra Nursia dei monaci benedettini. Mi colpì duramente la chiesa di San Benedetto distrutta, salvati giusto rosone e abside. E ancora di più mi colpì la statua del Santo, quasi al centro della piazza. Intatta. Intorno ad essa, dopo le scosse, si radunarono monaci e residenti. A cercar protezione. La mente mi fece compiere un balzo all’indietro. Il 24 ottobre 1964, papa Paolo VI dichiarava solennemente, da Montecassino, san Benedetto Patrono dell’Europa. Cinque i titoli onorifici: Pacis Nuntius,messaggero di pace; Unitatis effector, operatore di unità; Civilis Cultus Magister, maestro di cultura e civilizzazione; Religionis Christianae Praeco, araldo della fede cristiana; Monasticae vitae in occidente auctor, fondatore del monachesimo occidentale. Forse, in un’Europa divisa, in un mondo di nuova barbarie incipiente, guardare a san Benedetto può essere speranza per il futuro.

Santa Vittoria in Matenano
Santa Vittoria in Matenano

Domenica scorsa ero a Santa Vittoria in Matenano. Nel monastero delle benedettine. Un gruppo di adulti del Centro san Rocco di Fermo ha scelto questa cittadina e questo luogo di pace per uno sguardo all’opera ancora oggi presente del santo di Norcia.

Dal leggio una voce racconta la storia dei benedettini in Europa e nella Marca. «Verso la fine di una giornata di ottobre una dozzina di uomini che portava carichi molto pesanti si fermò al margine di una radura, all’interno di una foresta, una foresta come tante, che si trovava nei pressi di un fiume, un fiume come tanti… È ben questo – disse l’abate – il luogo che c’era stato annunciato». Accadde così, «identico lungo la Loira, in terra di Francia; lungo la Vistola, in terra polacca; lungo il Boyne, in terra d’Irlanda; lungo il Tweed, in terra di Scozia; lungo il Po’, in terra d’Italia; lungo il Tenna, in Terra di Marca». Accadde così anche nei pressi dell’Aso, a Ponte Maglio prima, sul colle poi. Nasce Santa Vittoria in Matenano e da quel luogo s’irradia agricoltura, musica, educazione, oltre che il senso religioso della vita.

Uno scorcio dal monastero
Uno scorcio dal monastero

Un balzo in avanti di 1100 anni e siamo in giro per la cittadina accompagnati dal sindaco Fabrizio Vergari. Non manca la visita al Cappellone, ultimo resto di una possente abbazia. E poi il cibo delle monache. San Benedetto lo disciplina. Moderazione, raccomanda. Tre capitoli della Regula sono dedicati a regolarne quantità e qualità. Il silenzio è una scoperta. S’è mangiato senza tv e senza chiacchiera. Attenti ai bisogni dei vicino di posto. Un’altra civiltà.

I Signori del cibo e la fine della biodiversità

Teniamoci le nostre campagne, le nostre piccole aziende agricole e di allevamento, le nostre Cantine. Teniamoci i nostri “Angeli matti” che scommettono in agricoltura. Teniamoci la Terra di Marca. Per la sua bellezza e per la nostra salute. Perché in giro spira una brutta aria in tema di produzioni agricole e cibo. Resta celebre quanto disse il noto giornalista statunitense Tom Mueller. Invitato al Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre 2014, lanciò un monito: «Quando incontriamo il cibo chiediamogli da dove arriva». La sua lectio magistralis era centrata sull’olio di oliva, ma il concetto si estendeva anche ad altri generi alimentari. Invitò i presenti a porsi, dinanzi ad una pietanza, le stesse domande che si pongono i giornalisti: cosa, come, dove quando e chi. “L’inganno nel piatto” era il titolo della sua relazione.

I Signori del cibo e la fine della biodiversità
Stefano Liberti

Un altro giornalista, Stefano Liberti, ha scritto un libro molto evocativo: “I Signori del cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta”. Lo ha presentato due anni fa a Macerata, invitato dal prof. Alessio Cavicchi. Dopo l’incontro, è seguito un film, “Soyalism” sulla stessa traccia. Ne riprendo il racconto perché le situazioni descritte hanno avuto molte conferme in questi due anni successivi. La tesi di Liberti, nel libro e nel docu-fil, è questa: In un mondo sempre più sovrappopolato e in preda ai cambiamenti climatici, il controllo della produzione dei beni alimentari è diventato un enorme business per una manciata di poche gigantesche aziende. Seguendo la filiera di produzione industriale della carne di maiale, dalla Cina al Brasile passando per Stati Uniti e Mozambico, il documentario descrive l’enorme movimento di concentrazione di potere nelle mani di queste ditte, che sta mettendo fuori mercato centinaia di migliaia di piccoli produttori e trasformando in modo permanente paesaggi interi. A partire dai mega-allevamenti intensivi in Cina fino alla foresta amazzonica minacciata dalle coltivazioni di soia sviluppate per nutrire animali confinati in capannoni dall’altra parte del mondo, questo processo sta pregiudicando gli equilibri sociali e ambientali del pianeta.

inchiesta

La sua inchiesta ha preso le mosse da un elegante ristorante della Lousiana. Scorrendo il menù, Liberti è stato attirato da un piatto particolare: pezzi di alligatore fritto. Per saperne di più, ha chiesto alla cameriera da dove arrivasse la carne. Risposta: «La prendiamo da una azienda». Punto!

L’inchiesta ha cercato di ricostruire «il processo che ha portato il cibo a diventare una merce, scambiata sui mercati internazionali da aziende che ne controllano la produzione, la trasformazione, e la commercializzazione» Quante? «Pochi grandi gruppi che ne gestiscono meccanismi e modalità di produzione, imponendo le proprie strategie industriali e definendo in ultima istanza il sapore di quel che mangiamo». Ditte gigantesche «capaci di far viaggiare i prodotti da un capo all’altro del pianeta, sfruttando le zone dove la manodopera è più economica, le terre più fertili e i controlli meno stringenti». In queste operazioni «non c’è nulla di locale, niente di fresco: tutto viene da decine di migliaia di chilometri di distanza». Può essere l’unica prospettiva? Speriamo di no.

E allora, teniamoci e difendiamo, e sosteniamo la nostra Terra felix. Che torni ad essere fertile, fruttuosa, felice. Per noi e per le future generazioni.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Venerdì, 12 febbraio 2021

Le dieci parole della Dieta mediterranea. Un mondo nuovo a portata di clic

Torno su di un argomento che mi sta a cuore: la Dieta mediterranea. Non per una fissazione ormai ultra decennale, ma per avervi intravisto, insieme ad amici e compagni di viaggio, una delle risposte possibili ad un nuovo sviluppo equilibrato della Terra di Marca.

E torno su un aspetto un tantino dimenticato. Girando per Montegiorgio – ripeto: la patria della Dieta mediterranea – possiamo incrociare delle tabelle segnaletiche. Hanno una strana forma rettangolare con in alto a sinistra una piegature come fosse un foglio di quaderno.

Le dieci parole della Dieta mediterranea. Un mondo nuovo a portata di clic
Il dr Ancel Keys che condusse lo studio del Seven Country Study

C’è scritta una frase. C’è poi un piccolo quadrato: è un qr code che, se inscritto nell’obiettivo di un cellulare, ci racconta una breve e suggestiva storia.

Le tabelle sono dieci quante le parole che contengono e le storie che vi si raccontano. Non parlano di salute: anche di salute; non parlano di cibo: anche di cibo; non parlano di alimentazione bilanciata: anche di alimentazione bilanciata. Nel loro complesso, dicono di un mondo, di un modo di essere che lega insieme tanti aspetti della vita.

Le riporto brevemente. Benessere: un borgo antico, due anziani, un orto e sorrisi: Biodiversità: un giardino, fiori, frutta, l’Eden, la bellezza. Cammino: muoversi nel silenzio, in compagnia e non, guardando la natura, facendo festa all’arrivo. Convivialità: lo stare insieme, la mensa comune, la tovaglia dove planano i pensieri di ognuno, avere gli altri dentro di noi. Cultura: l’albero e le sue radici, le foglie vive, la linfa che nutre e fa crescere. Moderazione: il desiderio e l’azione muovono da una consapevolezza, ogni cosa ha un senso. Natura: quella scossa verde: la viriditas, che ci raggiunge dall’origine delle cose, dove microcosmo e macrocosmo si abbracciano. Regola: il libro del buon vivere, dell’accoglienza, i luoghi dove ancora prevale. Ritualità: la festa e i suoi elementi, che carica sulle sue spalle il passato per viverlo nel presente e consegnarlo al futuro. Tradizione: un’immagine, quella del Bernini, con Enea che porta il vecchio Anchise sulle spalle, e Ascanio per mano: il passato il presente il futuro uniti.

Questo intendiamo per Dieta mediterranea: un mondo antico e totalmente nuovo.

Terza International Student Competition. Successo e Plausi… per la Terra di Marca

Sei giorni di studio, sei/sette di permanenza, 854 post disseminati in internet (senza contare fb), 1.057.243 persone raggiunte, 2.923.834 visualizzazioni, 60 universitari di diciotto nazionalità diverse e di undici università europee, una quindicina tra docenti e tutor chiamati a far lezione e una commissaria europea.

Sono questi i numeri della terza edizione dell’International Student Competition terminata domenica 6 maggio.

Terza International Student Competition. Successo e Plausi… per la Terra di Marca
Il gran finale al Teatro di Rapagnano

La campagna di comunicazione sui social ha funzionato pienamente, come ha dimostrato il monitoraggio effettuato dal prof. Emanuele Frontoni della Politecnica delle Marche.

Per quasi una settimana, da martedì primo maggio a domenica 6 maggio, la comitiva ha studiato il Fermano partendo dal concetto di Dieta mediterranea, con il suo stile di vita, buone pratiche agricole, ospitalità e cercando di cogliere i punti di forza e debolezza della Terra di Marca in vista di uno sviluppo turistico sostenibile legato al food e alla bellezza.

Gli universitari

Gli universitari hanno seguito le lezione nei teatri di Porto San Giorgio, Fermo, Montegiorgio, Santa Vittoria in Matenano e presso il C.E.A di Monteleone di Fermo. Hanno incontrato produttori di vino, birra, miele, olio, allevatori di bovini della razza marchigiana, hanno conosciuto artigiani del vimine e cappellai, visitato i nostri borghi storici, mangiato presso trattorie tipiche e fatto tappa presso il monastero delle Benedettine di Santa Vittoria in Matenano per conoscere la modernità della Regola di san Benedetto.

Un momento di degustazione a Monteleone di Fermo
Un momento di degustazione a Monteleone di Fermo

L’iniziativa presa dall’Università di Macerata (prof. Alessio Cavicchi) e dal Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea ha avuto come finale una sorta di restituzione al territorio. Sabato pomeriggio, presso il teatro di Rapagnano, alla presenza di numerosi sindaci, presidente della Camera di Commercio (Di Battista), presidente di Marca Fermana (Pompozzi), i giovani, suddivisi in sei squadre dal nome delle nostre montagne, hanno presentato i lavori svolti anche intervistando un nutrito numero di persone residenti nei comuni attraversati.

Punto di forza – è stato ribadito – è il senso di appartenenza, ospitalità, capacità di accoglienza che, sommato, alla bellezza dei luoghi e alle diversità storiche, artistiche, architettoniche, paesaggistiche, contiene un plus valore turistico eccellente.

Punti di debolezza sono stati colti nella mancanza di supporto comunicativo e promozionale, nella carenza di conoscenza della lingua inglese, in un individualismo a volte frenante, in una industrializzazione che ha sottratto terreno all’agricoltura

I giovani hanno fornito idee e progetti: dalla App per raggiunge i diversi borghi, agli itinerari per incontrare ambienti ma soprattutto abitanti, dal marchio MARCHE inteso come Mediterranean, Autentic, Rural, Culture, Hospitality, Experience, al «dar valore a chi c’è». Molto si è insistito su un lavoro di educazione dei residenti in modo che prendano coscienza delle loro ricchezze e del possibile sviluppo turistico non di massa.

Il prof. Colin Johnson
Il prof. Colin Johnson

La terza edizione dell’International Student Competition, oltre ai docenti dell’Università di Macerata (Cavicchi e Simone Betti) e della Politecnica delle Marche (Frontoni), ha visto la partecipazione di professori delle seguenti università:Vita-Salute-San Raffaele di Roma (Cristina Santini), PXL e dell’EPHEC del Belgio (Katleen Vos e Christine Masschelein), Leicester (Massimo Giovanardi), Torino (Remigio Berruto e Patrizia Busato), Svezia ( Tommy Andersson, Lena Mossberg e Chiara Rinaldi), San Francisco-USA (Colin Johnson), Polonia (Marta Herezniak e Justyna Anders-Morawska), e dall’agenzia inglese FoodNation Joanna Lacey

La Commissaria europea Elisabetta Marinelli ha inserito l’International Student Competition e il Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea tra i casi di eccellenza da studiare e cui ispirarsi per lo sviluppo dei territori.

Tra gli ospitati anche il prof. Edoardo Bemporad dell’Università Roma 3.

Soddisfatti i componenti del Laboratorio: «Un evento enorme che si può mettere in scena solo nella collaborazione tra diverse realtà: istituzioni, università, associazioni, operatori turistici e cittadini. Una rete effettiva e non teorica».

Il presidente Lando Siliquini, consegnando i premi alle squadre migliori ha invitato tutti alla quarta edizione, nel 2019, conferendo ai giovani il titolo di ambasciatori della Terra di Marca.

#isc2018 #iscFermo #mediterraneandiet #picenolab #destinazioneMarche

Tra le spighe del mio grano. Domani presentazione del libro a Fermo. Era il mondo della Dieta mediterranea

Di Maria Grazia Pistolesi e del suo libro Tra le spighe del mio grano parlammo alcuni mesi fa.

Sull’argomento torniamo oggi perché il volumetto sarà presentato domani (domenica 31 agosto) a Villa Vitali di Fermo, alle ore 17,30.

L’iniziativa parte dall’Università Popolare presieduta dal prof. Ettore Fedeli.

Della vita in campagna ai tempi della Pistolesi, della scuola di quegli anni, del duro lavoro nei campi, dell’evoluzione dell’agricoltura, della famiglia patriarcale, parleranno il sottoscritto, il prof. Luigi Rossi, la prof.ssa Marinella Corallini e lo storico Carlo Verducci. Dopo ogni intervento verranno proposti alcuni brani della Pistolesi che sarà presente all’iniziativa.

Tra le spighe del mio grano si inquadra tra le attività – e forse ne è la maggiore – dell’Unipop riservate all’autobiografia.

Gli scritti della signora Maria Grazia forniscono una serie di spunti interessanti.

Il primo, essendo il libro dedicato ai figli della donna, riguarda la memoria, con un quesito indiretto: quanto noi conosciamo delle vicende umane dei nostri genitori, dei nostri nonni, della nostra gente? Poco o nulla. Ecco, allora, il bisogno di rintracciare quelle storie per ritessere una trama solida.

C’è poi il valore dell’autobiografia, che serve a ripensarsi, a rivedere la propria vita, a superare e sciogliere anche certi nodi rimasti irrisolti. L’autobiografia – e ce lo dice anche la psicologia – fa bene alla persona.

Altro aspetto è quello di aver raccontato la durezza del lavoro in campagna. Molte anime belle e molto naif – più negli scorsi anni che oggi – hanno celebrato il ritorno all’agricoltura come ad una sorta di Eden automaticamente gratificante, senza conoscere quanto possa essere pesante e sfidante questo mondo.

Nell’opera della Pistolesi, oggi novantenne, emerge anche l’aspetto comunitario del vivere in campagna: ci si aiutava nei momenti di maggior impegno, ci si dava una mano, insomma, si era solidali.

Inserirei anche un altro elemento. Il grande sviluppo delle Marche, specie quelle più vicine a noi: il fermano, è stato possibile grazie a quel fenomeno definito e studiato in tutta Europa come metal-mezzadro: per cui si continuava a curare il piccolo appezzamento (l’orto soprattutto) e si apriva la fabbrichetta magari di scarpe.

Coglierei due ulteriori spunti: il rispetto dell’ambiente scaturente dalla stagionalità dei prodotti e il ritorno, anche se minoritario, di giovani ai campi, giovani laureati, che conoscono le lingue, che usano sistemi all’avanguardia.

Il mondo raccontato dall’autrice può definirsi la civiltà contenuta in due parole: Dieta mediterranea, quel complesso di valori che partono dalla terra, mettono insieme solidarietà, comunità, paesaggi, riti, feste, difesa dell’ambiente, salute a tavola, rispetto della donna. Qualcuno l’ha anche definita la civiltà della tovaglia, perché intorno alla tovaglia si ritrovava gente amica e unita.

Chiuderei con una citazione di altri secoli: «Esser buon cittadino non è altro che essere cittadino utile e, cittadino utile, vuol dire buon agricoltore». La scrisse Catone… Poi la riprese Vincenzo Cuoco, tanti secoli appresso, nel suo Platone in Italia: «La virtù non è che nei campi».

Solo per riflettere.

Querciabella. Una proposta: fate nel tronco una scultura. Rimarrà un simbolo per sempre. Cercansi artisti disponibili e cercasi amministrazione comunale consenziente

Querciabella! Un segno, un simbolo, mille ricordi. Lo scheletro ingrigisce quasi all’altezza del bivio tra Piane e Montegiorgio, Belmonte Piceno e Piane di Falerone.

La pianta non è più tale. È come se fosse cristallizzata. Alza al cielo gli smagriti ultimi rami secchi. È rimpicciolita negli anni,

Rimarrà così per altro tempo. Poi, venute meno le memorie e le decine di storie che la riguardano; venuti meno coloro che la rammentano ancora possente e ricca di fronde, qualcuno la abbatterà. Cancellare le memorie sembra lo sport odierno, quello di una cultura – o pseudo – che guarda unicamente all’accumular vile denaro.

Allora, occorre una iniziativa. Una iniziativa artistica. Occorre che sull’ancor ampio fusto uno scultore del legno intarsi un’opera, magari un Cristo crocefisso, che tanto direbbe oggi al mondo anch’esso crocefisso da guerre e persecuzioni.

Occorre uno scultore che prenda a cuore questo possibile intervento e ridia vita – proprio così: ridia vita – a una quercia altrimenti defunta.

Occorre che l’amministrazione comunale di Montegiorgio faccia in modo di rendere possibile l’intervento, procurando autorizzazioni e quanto la somma burocrazia impone.

E occorre che la gente di lì, di Contrada Casone, dell’ultima parte di Castagneto, dell’area intorno a Villa Ganucci appoggi la proposta.

Querciabella è secolare. Ha visto la storia passare accanto ad essa. Ha visto il vescovo Bonafede sconfiggere Ludovico Euffreducci, confessarlo in punto di morte, e comunicarlo con un grano di terra. Ha visto i francesi occupanti passar di lì per distruggere Castel Clementino. Ha visto gli zingari cantare e ballare sotto i suoi rami. Ha visto i mietitori muoversi verso la montagna per raggiungere le piane del Tirreno. E ha visto le greggi scorrere da est verso ovest e poi l’inverso nelle stagioni di mezzo.

Ha scritto Valido Capodarco: «…quando pochi grandi alberi erano conosciuti a livello nazionale, ce n’era solo uno che aveva l’onore di essere riportato, con nome e tondino di localizzazione, sulle carte automobilistiche del T.C.I. Questo albero era Querciabella, della quale –morta nel 1986 – è conservato il rudere ancora in piedi »

Una scultura dunque è quanto occorre. Perché sia ancora segno, simbolo e scrigno di ricordi.

L’entroterra non è un malato. Ma una risorsa. E’ il genius loci contro il genius saeculi (che è fallito)

Abbiamo un tesoro! Non solo: abbiamo una sorgente cui abbeverarci. E una risposta da dare a questa società in autoliquidazione.

Lo chiamano “entroterra”, con una accezione come fosse un di meno. Come fosse solo un problema. Un problema sociale, demografico, ambientale, economico, di infrastruttuire (e magari lo è anche). Ma è trattato come fosse un malato quasi terminale. Ecco: l’entroterra è malato. Ha bisogno di cure.

E pure è una risorsa. Ed è la parte positiva.

Lo è per il turismo; lo è per il paesaggio; lo è per la buona aria; lo è per il cibo.

Ma non basta. Questi aspetti non sono tutto. Sono solo tasselli di qualcosa di più importante.

Perché proprio nei piccoli centri, nei comuni minori, nei borghi (parola inflazionata dalla politica infestata dalla burocrazia e dalla pigrizia mentale) può risorgere un modo nuovo di stare insieme e insieme al mondo.

L’ “entroterra” è cultura. L’ “entroterra” custodisce il genius loci, la specificità dei luoghi, la loro diversità. In una parola: custodisce l’anima.

Guardate Montefortino. Guardate Montemonaco. Guardate Santa Vittoria in Matenano, Servigliano, Montegiorgio, Loro Piceno, Gualdo, Petritoli, Foce, Montegallo, e via osservando. Ci parlano. Hanno un linguaggio diverso. Non lo coglieremo però facendo i turisti con le infradito.

Lo capiremo immergendoci in essi. Hanno una gemma preziosa: hanno ancora il senso della comunità. Hanno ancora il senso del rito, del pasto in comune, delle feste religiose, delle sedie portate innanzi casa per godere del primo fresco…

Hanno ancora i monasteri vivi (pensiamo di nuovo a Santa Vittoria in Matenano e a Monte San Martino). Sono un museo all’aperto di architettura, di arte, di storie, di vita altra.

Sono luoghi “identitari, relazionali e storici”.

Sono luoghi veri contrariamente ai non luoghi (centri commerciali, piazze artificiali, etc.).

È una visione passatista, reazionaria? Ma cosa ci ha lasciato la modernità se non macerie, materiali e spirituali? Allora, c’è bisogno di un’altra strada.

Ecco: l’entroterra, volendo e trovando uomini coraggiosi, può sviluppare quello “spirito lento e profondo”, e qui cito Adriano Sofri, capace anche se non di prevalere “almeno arginare l’invadenza dello spirito del tempo, il paziente genius loci resistere all’arrogante genius saeculi”. Il genius saeculi: cioè il non senso.

Facemmo una proposta provocatoria anni fa, in tempi non sospetti: quella del Libero Regno della Sibilla, zona autonoma per un nuovo sviluppo (umano, sociale e di benessere) che non è la crescita (soldi). Dove la Crescita “misura l’aumento del prodotto interno lordo ( PIL ) di un paese; in altre parole, il volume di beni e servizi prodotti in un’economia, la cui crescita è l’obiettivo principale di molte nazioni” e lo Sviluppo invece è la “ricchezza di una nazione orientata al benessere generale dei suoi cittadini”.

Riflettiamoci.