Abbiamo un tesoro! Non solo: abbiamo una sorgente cui abbeverarci. E una risposta da dare a questa società in autoliquidazione.
Lo chiamano “entroterra”, con una accezione come fosse un di meno. Come fosse solo un problema. Un problema sociale, demografico, ambientale, economico, di infrastruttuire (e magari lo è anche). Ma è trattato come fosse un malato quasi terminale. Ecco: l’entroterra è malato. Ha bisogno di cure.
E pure è una risorsa. Ed è la parte positiva.
Lo è per il turismo; lo è per il paesaggio; lo è per la buona aria; lo è per il cibo.
Ma non basta. Questi aspetti non sono tutto. Sono solo tasselli di qualcosa di più importante.
Perché proprio nei piccoli centri, nei comuni minori, nei borghi (parola inflazionata dalla politica infestata dalla burocrazia e dalla pigrizia mentale) può risorgere un modo nuovo di stare insieme e insieme al mondo.
L’ “entroterra” è cultura. L’ “entroterra” custodisce il genius loci, la specificità dei luoghi, la loro diversità. In una parola: custodisce l’anima.
Guardate Montefortino. Guardate Montemonaco. Guardate Santa Vittoria in Matenano, Servigliano, Montegiorgio, Loro Piceno, Gualdo, Petritoli, Foce, Montegallo, e via osservando. Ci parlano. Hanno un linguaggio diverso. Non lo coglieremo però facendo i turisti con le infradito.

Lo capiremo immergendoci in essi. Hanno una gemma preziosa: hanno ancora il senso della comunità. Hanno ancora il senso del rito, del pasto in comune, delle feste religiose, delle sedie portate innanzi casa per godere del primo fresco…
Hanno ancora i monasteri vivi (pensiamo di nuovo a Santa Vittoria in Matenano e a Monte San Martino). Sono un museo all’aperto di architettura, di arte, di storie, di vita altra.
Sono luoghi “identitari, relazionali e storici”.
Sono luoghi veri contrariamente ai non luoghi (centri commerciali, piazze artificiali, etc.).
È una visione passatista, reazionaria? Ma cosa ci ha lasciato la modernità se non macerie, materiali e spirituali? Allora, c’è bisogno di un’altra strada.
Ecco: l’entroterra, volendo e trovando uomini coraggiosi, può sviluppare quello “spirito lento e profondo”, e qui cito Adriano Sofri, capace anche se non di prevalere “almeno arginare l’invadenza dello spirito del tempo, il paziente genius loci resistere all’arrogante genius saeculi”. Il genius saeculi: cioè il non senso.
Facemmo una proposta provocatoria anni fa, in tempi non sospetti: quella del Libero Regno della Sibilla, zona autonoma per un nuovo sviluppo (umano, sociale e di benessere) che non è la crescita (soldi). Dove la Crescita “misura l’aumento del prodotto interno lordo ( PIL ) di un paese; in altre parole, il volume di beni e servizi prodotti in un’economia, la cui crescita è l’obiettivo principale di molte nazioni” e lo Sviluppo invece è la “ricchezza di una nazione orientata al benessere generale dei suoi cittadini”.
Riflettiamoci.