San Paolino

Falerone. Ieri mattina. In spiaggia caldo infernale. Davanti a San Paolino di Falerone c’è una brezza
divina.
Ci si potrà tornare cento volti in questo luogo, e cento volte l’emozione sarà diversa già a partire dal viale
alberato d’ingresso.
Un’emozione che coglie sia che si vada di prima mattina, quando i Monti Azzurri sono quasi di cobalto,
sia che la si raggiunga di sera, quando la piana del Tenna è sommersa di luci, ma le stelle riescono a
penetrare l’artificio e la luna occhieggia tra pini che sovrastano la chiesa.
Tre sedili in legno consentono di ammirare la breve facciata. Il tempio è piccolo, è longobarda, è solitario.
Alcune minuscole pietre lavorate sono state incastonate nelle pietre grezze. Simboli diversi come i nodi di
Salomone, i tralci della vite, le stelle a cinque punte, i petali di rose, i raggi del sole, espressioni di mondi
che legavano il finito all’infinito, il dato terrestre a quello celeste.
Lungo il viale resistono ancora le querce. Fanno ombra al viandante, al pellegrino, al cercatore di pace. Lo
rinfrescano quando il sole è implacabile, come in questi giorni, e lo abbracciano, proteggendolo,
nell’oscurità carica di presagi.
Leggo che “gli alberi comunicano fra loro attraverso colori, odori, impulsi elettrici e rumori, un
linguaggio che noi purtroppo non comprendiamo. Sono gli esseri viventi più forti e longevi del pianeta,
non hanno un sistema nervoso centrale non si muovono ed auto producono il loro nutrimento”.
Stefano Mancuso ha scritto un romanzo su questo tema: La versione degli alberi.
Nel mondo verde di Edrevia, gli alberi parlano e camminano, a volte battibeccano, si amano, scrivono
libri e li custodiscono in biblioteche splendenti, organizzano feste che durano settimane, si commuovono
di fronte ai tramonti. Ma quando la loro casa è in pericolo, minacciata dalla crisi climatica, gli alberi
possono anche decidere di partire e andare lontano, alla ricerca di risposte e soluzioni, di nuove alleanze e diversi orizzonti.
Tolkien aveva immaginato gli Ent, ossia i “Pastori degli Alberi”: figure gigantesche dall’aspetto arboreo,
ma capaci di parlare e di muoversi autonomamente, il cui compito è di custodire le foreste. Per lo scrittore
inglese, il bosco, la foresta, l’insieme di alberi sono entità dotate di vita propria, “indipendente da quella
degli Uomini (e degli Elfi, e dei Nani…), ma non per questo meno viva e intensa, una vita di cui i
personaggi si rendono conto solo quando essa si dimostra ostile, come nel caso della Vecchia Foresta ai
confini della Contea, i cui alberi sembrano congiurare per ostacolare e sviare i viaggiatori, o del Vecchio
Uomo Salice, che li attira e li incanta per poi intrappolarli all’interno del proprio tronco o annegarli nel
fiume sulle cui rive cresce. Naturalmente tutto questo è solo frutto di immaginazione”. Resta il fatto che,
“Alla fine della Terza Età, gli Ent rimanenti abitavano sostanzialmente soltanto nella Foresta di Fangorn
ma contribuirono in maniera decisiva alla sconfitta di Saruman e alla difesa di Rohan durante la Guerra
del’Anello”.
Mentre divago tra realtà e fantasy, mi raggiunge un uomo. Saluta, augurandomi il “Buon giorno”.
Qui accade ancora.