Il vino! Quasi un nettare degli Dei. Quello marchigiano sta crescendo velocemente. E insidia le posizioni del “confratello” francese.
Ma chi è il suo destinatario? Chi il suo consumatore? E, soprattutto, cosa dicono i ragazzi cresciuti a Coca Cola? Ne abbiamo sentito qualcuno. Ma iniziamo con una specie di sceneggiatura.
Scena prima. Una fiction oppure un film, fa lo stesso. Una cucina ampia, mobili bianchi, grandi vetrate, intorno è tutto in ordine, anche un po’ algido, lei è bella, non si capisce se stia cucinando o aspettando Glovo. Però tiene in mano un calice di rosso. Lo porta alle labbra, ne sorbisce un goccio, poggia il bicchiere sul’ “isola”. È tutto molto raffinato, non c’è tv, magari un po’ di musica new age.
Scena seconda. Siamo in discoteca. Ci si dimena. Musica assordante. Profumi oppure odori di testosterone e fragranze alla moda. Al bancone servono Cosmopolitan, Manhattan, Margarita e Martini (bevanda degli ancora più sofisticati), e poi la wodka, il Negroni, l’Aperol Spritz.
Nella prima scena, sembra la classe alta (forse i vip, sicuramente la buona borghesia) a degustare vini. Nella scena due, i ragazzi preferiscono ben altro.
Colte le due immagini, riportiamo quanto scritto recentemente da un blogger statunitense. Nate Westfall, 34 anni, sostiene che i giovani non s’interessano più del vino per quattro motivi: prezzo alto, assenza di marketing adeguato, poca accoglienza per i neofiti nelle cantine, industria poco interessata alle giovani generazioni.

Abbiamo fatto una piccola ricerca in Terra di Marca, avvicinando un millennials e un quasi millennials.
Allora, perché siete distanti dal vino? Risponde il diciottenne: «Perché in discoteca ci sembra di essere poco alla moda nel chiederne un bicchiere. Non è l’ambiente adatto. È poco raffinato portare in mano un calice di rosso. Vuoi mettere uno spritz, che bevono tutti, con un rosso che non beve nessuno? Si fa gruppo anche riconoscendosi nella stessa scelta del long drink».

Il sedicenne è ancora più preciso. «Ma che vino e vino! In discoteca ci si va molto spesso per ubriacarsi, è lo sballo del fine settimana, e allora cosa c’è di meglio della wodka…»
E il vino? Rispondono quasi all’unisono: «Ma non lo prendiamo neppure in considerazione, non ci viene in mente».
Il più giovane sembra maggiormente agguerrito: «Quando vediamo i calici alzati in quelle cucine supermoderne ci viene l’orticaria. Non ci riconosciamo in quelle immagini e in quelle figure».

Ma tu lo assaggi il vino? Il più grande: «Qualche volta sì, nei pranzi delle feste a casa. Ma non ci vado matto. Sembra un mondo staccato da noi».
Forse Nate ha ragione. Il target non è colpito. Ai giovani non si parla in modo giusto.
Detto questo, non vorremmo passare per divulgatori o sostenitori dei beoni. La moderazione fa parte del nostro bagaglio culturale. E il vino, scriveva il grande Luigi Veronelli, «è il canto della terra verso il cielo». E i suoi “tenori” e “soprani” sono gli agricoltori.
Il vino è una porzione della nostra economia marchigiana ed anche della nostra tradizione.
Pensate all’ager palmensis e al suo vino che ci parla di Torre di Palme e delle zone attigue. Pensate al vino della Transumanza, specie quello riposto sotto la neve, che ci ricorda i pastori erranti dall’Adriatico al Tirreno. Pensate infine al vino pecorino portato nelle Marche e in Abruzzo dai coloni greci.
Storia e bontà.
Facciamoglielo sapere ai ragazzi! Ne guadagneremo tutti.