Montefalcone Cappuccini

Montefalcone. Sabato pomeriggio.
C’è il torrione sulla Rocca, che guarda i monti e la piana dell’Aso. Vi si rifugiò inutilmente Rinaldo da
Monteverde.
C’è la chiesa di San Pietro in Penne, è del 1300. Ha un abside che non guarda l’Oriente, come
nell’architettura cristiana tradizionale, ma l’Ovest: la montagna della Sibilla, con il suo antro e le sue
leggende.
C’è la chiesa di San Michele Arcangelo che conserva i quadri del dimenticato don Giuseppe Toscani. Il
vicino Palazzo Felici, del 1600, accoglie invece il museo dei fossili, un quadro dell’Alamanno e il Centro
di Educazione Ambientale.
E poi c’è lui: Matteo da Bascio che fece scoccare – anno domini 1525 – la scintilla che portò
successivamente alla fondazione dei Frati Minori Cappuccini.
Immaginate la scena: è l’inverno del 1525, una processione di frati sta tornando all’antico convento
fondato nel 1215. Il freddo è intenso. Il pranzo attende e anche il camino acceso. Ma anche un povero, ai
margini della strada, attende una mano fraterna. I frati passano. Lo ignorano. Matteo no.
Matteo si scuce due pezze del saio. Copre il sofferente. Gli sguardi s’incrociano. Qualcosa scoppia nel
cuore del francescano. Di notte, il mendico gli torna in sogno. Gli mormora una frase: «Ricordati di tuo
padre Francesco». Occorre fare qualcosa. Occorre risvegliarsi dal rilassamento. Matteo fugge dal suo
convento lasciando il saio finora indossato e indossandone un altro preparato da lui stesso.
Torniamo all’oggi. Davanti ad una folta platea e davanti all’antico convento, i cui semplici affreschi del
chiostro sono testimonianza della vita del Santo di Assisi (ben spiegati dal prof. Enrico Giannini), padre
Fabio Furiasse, bibliotecario dei Cappuccini, racconta la storia dell’uomo che accese il fuoco della
riforma Cappuccina. Storia complessa, dice, storia difficile. Spiega del concetto di povertà che diede
luogo anche a scontri tra i frati; dei papi che cercarono soluzioni acquisendo le proprietà e poi
riconsegnandole. Sino a quel 3 luglio 1528 quando Clemente VII emana la bolla di riconoscimento
Religionis zelus.
Sono 500 anni che i Cappuccini esistono e operano tra le genti. Le Marche hanno il primato dell’origine,
ne sono state la culla Per cui occorre degnamente celebrare la ricorrenza. Come?
Padre Sergio Lorenzini è sorridente. Ne ha pensate tante in giro per le Marche: dai Cammini agli
incontri, dai concerti alla sfilata delle Fiat 500 (Cinquecento!!! data simboli). Ha scritto anche un romanzo
storico: Lo Spirito dei Cappuccini.
La Festa del Cappuccio, nei giorni scorsi a Montefalcone ha visto anche una pedalata, la cena di “fra
Matteo
”, la Camminata, l’esibizione medievale del gruppo Fortebraccio veregrense, il Cantafavole e il
Laboratorio grafico-pittorico.
Tornando invece a padre Fabio, lui ha incantato la platea (accompagnato anche da due giovani ottimi
strumentisti: Samuele Ricci al violino e Annalisa Levantesi alla tastiera), per le cose dette e per come le
ha dette: simpaticamente, quasi un giullare d’altri tempi. I giullari di Francesco.

Malaspina nuovi quadri

Di Alessandro Malaspina, pittore e già docente all’Istituto d’Arte di Fermo, parlammo anni fa. Su di lui
torniamo per alcune opere realizzate e poste nel Santuario della Madonna della Misericordia di Fermo.
L’ultima è di poche settimane fa. È stata collocata in una nicchia della navata destra, accanto all’altare.
Ritrae la Madonna giovinetta tra i suoi genitori: sant’Anna e san Gioacchino. È un dipinto atipico:
Maria legge un libro porto da suo padre e indica una frase (chissà quale). Gioacchino, che solitamente
viene raffigurato in disparte, quasi sonnecchiante, stavolta è ben sveglio ed attivo. È lui, dal profilo
ebraico, a porgere il volume, come a trasmettere un insegnamento. Sant’Anna, quasi una matrona romana grave, giusta e serena guarda la scena. C’è luce ma non c’è paesaggio. Scelta voluta dall’artista. Il quadro è un omaggio alla famiglia.


Di fronte, sull’altra navata, quasi a dare continuità alla storia di Maria, ci sono san Giuseppe e il giovane
Gesù. Giuseppe è alto e bello, nel pieno del suo vigore, contrariamente ai canoni tradizionali che lo
hanno quasi sempre raffigurato vecchio. In mano ha il nardo fiorito simbolo di gemmazione. In questo
caso, il paesaggio è rappresentato da una strada lastricata, da colline dolci e da una luce che scende
dall’alto, dal triangolo di Dio.


Malaspina spiega il suo impegno che, ormai da dieci anni ha virato verso il campo dell’arte sacra.
L’avverte quasi come una vocazione, una sorta di spinta interiore.


Continuiamo il giro all’interno del Santuario che accoglie altre sue opere. Siamo in una chiesa agostiniana.
Non mancano sant’Agostino e sua madre santa Monica. A legarli alla Madonna è una cinta. Esiste una
leggenda cui Malaspina s’è ispirato. Racconta che la Vergine Maria desiderosa di aiutare santa Monica,
le apparve in sogno con un abito dimesso e una cintura di cuoio ai fianchi, e gliela donò chiedendole di
portarla sempre come segno di protezione e legame con Dio. L’arte dunque racconta.


Chiudiamo con il ritratto, sempre del Malaspina, della venerabile Renata Carboni, originaria di
Montefalcone Appennino, morta giovanissima e la cui tomba si trova proprio nel Santuario fermano.


Prima di lasciarci, il pittore mi ricorda il suo quadro su padre Kolbe, oggi nella chiesa di Sant’Antonio a
Fermo. Lo realizzò per conto del gruppo della Milizia dell’Immacolata.

Gemellaggi

Turisti non per caso.

Turisti da raggiungere, invitare, convincere, coccolare. Ogni modalità è utile, purché intelligente e adatta allo scopo. 

Vittorio Sgarbi lanciò una invettiva contro quegli «amministratori idioti» che non allestiscono più mostre. Non capiscono che le mostre portano soldi e turisti, molto più dei musei, che sono «luoghi della morte» disse così. 

Non è il caso di Fermo (come anche di altri comuni viciniori), che le mostre le allestisce e anche di successo.

Allarghiamo ora il discorso. Esiste il problema dell’iperturismo che invade le città grandi. La soluzione potrebbe essere il deviare turisti verso i centri minori. Purché questi si facciano conoscere nel senso che siano loro a fare il primo passo verso i viaggiatori/visitatore. 

Farsi conoscere ma anche conoscere le proprie ricchezze, i propri beni culturali. C’è poi il bisogno di agganciare i gusti e i flussi.

Tempo fa lanciammo una proposta. Ci riproviamo. Scrivemmo: Perché non i gemellaggi culturali?

Qualche esempio aiuta la comprensione. Partiamo da Fermo.

Vincenzo Matteucci, soprannominato “Saporoso” perché persona affabilissima, era fermano. Una Torre ricorda la sua famiglia. In quella torre rinchiuse la stupenda principessa Cameria, figlia di Solimano II, sposa di un generale del Gran Sultano.

Saporoso fu anche capitano di ventura e attento all’architettura militare. Fortificò Ragusa, la Dubrovnik attuale, nella “nostra” Dalmazia, in Croazia (del sud) per la nuova geografia. Perché Fermo non chiama Dubrovnik e stabilisce un contatto a partire da quei fatti?

Nel Museo diocesano, che mons. Germano Liberati voleva con opere continuamente avvicendate, spicca la Casula di Thomas Becket. Forse l’oggetto più prezioso dei tanti preziosi che vi si conservano. Fu lavorata finemente dai Mori di Spagna. La indossò l’arcivescovo di Canterbury, Thomas, colui che venne ucciso dai sicari di re Enrico II. 

Ne scrisse T.S. Eliot in Assassino nella Cattedrale.

Dopo l’uccisione, la madre di Thomas donò la Casula al vescovo di Fermo Presbitero, che era stato compagno di studi di suo figlio a Bologna.

Fermo chiami Canterbury. L’assessore di qui chiami l’assessore di là. C’è un legame forte che vincola le due terre. Perché non gestirlo? 

A Kilkenny, in Irlanda, ci sono edifici pubblici, privati ed anche vie, intitolati al cardinal Rinuccini.

Rinuccini era fermano, e venne spedito dal Papa nel 1600 per sostenere gli irlandesi nella guerra con l’Inghilterra. Non è poco…

Ancora un legame: Fermo solleciti Kilkenny.

Che dire poi del rapporto Fermo-Cremona, e Fermo-Cotignola? Da noi venne Bianca Maria Visconti moglie di Francesco Sforza. A Fermo diede alla luce Galeazzo Maria Sforza, futuro quinto duca di Milano. 

Il maggiore venturiero del 1400, Francesco era nato a Cotignola. Dice niente?

Andiamo oltre.

A Massa Fermana, nella zona prossima al cimitero sorge un convento che fu eretto dopo il passaggio di san Francesco. Vi risedettero per qualche tempo san Bernardino da Siena e san Giacomo della Marca di Monteprandone. 

Due santi ma anche due economisti, tra virgolette. Furono loro a pensare e costruire i Monti di Pietà. E quanti ne furono allestiti!

Porto San Giorgio ha vie che ricordano Venezia, qui approdavano le navi che avrebbero preso a bordo i podestà fermani divenuti doge della Serenissima (accadde tre volte nel Medio Evo).

Ancora legami. Ancora possibilità di gemellaggi.

La zona dei Sibillini ha la grotta della Sibilla come emblema e richiamo. Nel suo Tannhauser Wagner s’ispirò a quell’antro. Wagner era nato a Lipsia.

Se alziamo lo sguardo dai cellulari, vediamo un mondo da mettere in rete.

Perché non usare anche questa strategia?

Frinchillucci Katmandu

L’esploratore e antropologo Gianluca Frinchillucci è tornato da pochi giorni dal Nepal. Giusto in tempo
per assistere alla presentazione del libro “L’uomo con il Cappello” (Fas Editore) dell’archeologo Zahi
Hawass
, al Teatro dell’Aquila di Fermo.
Proprio Frinchillucci, insieme all’editore Marco Corradi e alla Biblioteca civica Spezioli, ha contribuito
ad organizzare l’incontro.
A Katmandu, il direttore dell’Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti”, ha preso parte alla Seconda
Conferenza Interpolare
tenutasi dal 3 al 5 settembre presso la sede dell’ ICIMOD.
L’ICIMOD: Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato della Montagna (International Centre for
Integrated Mountain Development
) è un’associazione fondata nel 1983 a Katmandu, che ha lo scopo di
creare conoscenza al fine di garantire e migliorare i mezzi di sussistenza delle popolazioni di montagna
nell’area della regione transfrontaliera Hindu Kush-Himalaya e preservarne le
peculiarità ecologiche e culturali.
L’intervento di Frinchillucci, dal titolo “Cultural Heritage and Community Resilience between the Arctic
and the Third Pole” (Patrimonio culturale e resilienza delle comunità tra l’Artico e il Terzo Polo), si è
tenuto all’interno della seconda sessione plenaria dal titolo “Community Resilience and Climate Actions”
(Resilienza della comunità e azioni per il clima).
“È stato un onore prendere parte a questa sessione per discutere di resilienza e delle sfide che interessano
le comunità tra l’Artico e il Terzo Polo” ha dichiarato Frinchillucci al suo ritorno nelle Marche.
L’antropologo ha inoltre voluto ringraziare quanti lo hanno sostenuto nell’iniziativa:
Marco Volpe, Giorgio Marinelli e Kamrul Hossain e Mohd. Farooq Azam.
È stata l’occasione ancora una volta di far conoscere il Museo Polare Zavatti in un consesso
internazionale. Alcuni mesi fa il direttore Frinchillucci e lo stesso sindaco di Fermo Paolo Calcinaro,
avevano presentato a Katmandu l’ultimo numero della rivista Il Polo edita dall’Istituto Polare Zavatti, che
aveva lanciato il tema del Terzo Polo.
Notazione a margine: Frinchillucci ha lasciato il Nepal poche ore prima che la rivolta esplodesse con
l’incendio del Parlamento e le dimissioni del primo ministro nepalese Kp Sharma Oli.

Dieta Mediterranea

Silvestro Baglioni tra dietologia e cultura millenaria

Il fatto che la Dieta Mediterranea, intesa come stile alimentare e di vita, sia stata scoperta e validata scientificamente nelle Marche non è soltanto un caso. La Dieta Mediterranea è stata sancita dall’UNESCO come “Patrimonio Culturale dell’Umanità” e definita dal Senato americano: «Il miglior modo di mangiare». È stata adottata dal mondo scientifico quale standard di riferimento dell’alimentazione equilibrata, sostenibile e raccomandabile, ma soprattutto come ideale modus vivendi. Meno noto è il ruolo principe avuto dalle vallate dei Sibillini nella ricerca, scoperta e validazione scientifica e, in passato, nello sviluppo, trasmissione e mantenimento di questo patrimonio antropologico e culturale. In effetti, la Dieta Mediterranea, che sotto il profilo alimentare è rappresentabile con la classica piramide, come modello di vita ideale è un vero “tempio”. Ha una stretta referenzialità con le vallate picene per tanti straordinari motivi: perché nella validazione della dieta il comune di Montegiorgio ha svolto un ruolo cardine; perché Flaminio Fidanza, primo e stretto collaboratore di Ancel Keys, con cui condivideva i meriti della scoperta e della convalida medico-scientifica, era originario di Magliano di Tenna; perché la terra fermano-ascolana è patria di fondatori della dietologia italiana; perché il territorio umbro-marchigiano è stato “incubatoio” di quel monachesimo occidentale che raccolse, codificò e conservò la cultura culinaria e rurale mediterranea; perché le valli centro italiche mantengono la salubrità ambientale e le tradizioni culturali che erano alla base di tale modello comportamentale; perché le Marche vantano il record della longevità; infine perché tutto questo trova nell’ambiente umbro-piceno, che ruota attorno alle terre della Sibilla Appenninica, i riscontri storici e linguistici di una arcaicità e un primato plurimillenari. È in tale cornice che si inserisce quella che è stata una vera e propria corrente scientifica nel settore alimentare che ha ricevuto linfa e vita dai territori piceni. La materia dietologica marchigiana procede da tre filoni: quello scientifico vero e proprio, che ha come capiscuola Luigi Luciani e Silvestro Baglioni fino ad arrivare a Flaminio Fidanza e al lancio della Dieta Mediterranea; quello artistico-artigianale, inquadrabile nell’era moderna, che ricomprende personaggi che hanno dato un’impronta all’alimentazione mediterranea, annoverando naturalisti, enologi, agronomi, scalchi, cuochi d’eccellenza; quello storico-culturale-antropologico, che parte dai Piceni, attraversa la Civiltà Romana, viene codificato e arricchito dal Monachesimo Occidentale e ne diventano custodi ed eredi le Comunità Rurali. La figura di Silvestro Baglioni ha giocato un ruolo determinante nell’avvio e fecondazione degli studi scientifici nel settore alimentare. Nel parlare di lui non si può tuttavia prescindere dal citare il poliedrico scienziato ascolano Luigi Luciani che del Baglioni fu maestro e mentore. Questi nacque ad Ascoli Piceno nel 1840 e, laureatosi in Medicina, svolse ricerche di fisiologia in un ambito molto vasto, tanto da essere il primo cattedratico italiano a scrivere un trattato sulla “Fisiologia dell’uomo”, addirittura tradotto in inglese, tedesco e spagnolo. Il suo nome rimane eponimico di alcuni fenomeni patologici da lui identificati. Insegnò a Parma, a Siena, a Firenze e infine a Roma dove divenne Rettore dell’Università La Sapienza. Fu nominato Senatore del Regno d’Italia. Un settore importante delle sue ricerche fu proprio quello dell’alimentazione tanto da diventare caposcuola di una corrente dietologica tutta marchigiana capace di imporsi a livello mondiale. Se a Luigi Luciani va il riconoscimento di primo caposcuola, sono di Silvestro Baglioni i meriti sia di una amplificazione degli studi nello specifico settore quanto della fertile disseminazione e crescita di personaggi che hanno dato un contributo determinante nelle scienze alimentari. Silvestro Baglioni era nato nel 1876 a Belmonte Piceno, anche lui medico ricercatore, successe al maestro Luciani nella direzione dell’Istituto di Fisiologia Umana dell’Università di Roma. Oltre all’amicizia con Francesco Fidanza, ebbe allievi di spicco, tra i quali il famoso conterraneo Vincenzo Monaldi, che diventò il primo Ministro della Sanità e il Senatore Giuseppe Alberti padre di colei che divenne consorte di Flaminio Fidanza. Si occupò di varie branche della fisiologia umana con numerose pubblicazioni e dimostrò particolare interesse per la fisiologia dell’alimentazione, dove preconizzò la salubrità dell’alimentazione mediterranea mettendo in evidenza il valore nutritivo delle proteine dei cereali nonché l’importanza del vino, dell’olio d’oliva, della frutta, delle verdure e del pesce. Tra le sue pubblicazioni figurano l’interesse per l’alimentazione maidica, gli effetti della nicotina e dell’alcool, il valore alimentare del cacao, le acque minerali, i formaggi, la conservazione degli alimenti, l’alimentazione nello sport, la longevità, la maternità e in generale l’alimentazione italica. In particolare, durante la Prima Guerra Mondiale per incarico del Ministero della Guerra, studiò l’alimentazione dei militari (dando seguito agli studi del suo maestro Luciani), quella branca della dietologia che solo nella Seconda Guerra Mondiale diede lustro ad Ancel Keys. Nonostante le polemiche che si svilupparono, in questo lavoro fu straordinario anticipatore della necessità di ridurre l’apporto proteico carneo a tre volte a settimana, di introdurre il pesce e le verdure, aumentando al contempo la pasta, e di ridurre l’uso del lardo a favore dell’olio di oliva. La congenita mediterraneità portò Baglioni a interessarsi di letteratura, di poesia, di musica, di lingue, di dialettologia, di archeologia. Interesse, quest’ultimo, che coronò con la scoperta della strepitosa necropoli picena di Belmonte. Libro di Silvestro Baglioni e Luigi Luciani Silvestro Baglioni Libro di Silvestro Baglioni e Luigi Luciani 42 43 Belmonte Piceno – Prezioso scrigno della Marca Fermana Belmonte Piceno – Prezioso scrigno della Marca Fermana A questo proposito, prima di ricordare i nomi dei suoi successori, è interessantissimo notare il rapporto dei Piceni e dei loro “fratelli” Umbri con gli albori della Dieta Mediterranea. Il glottologo indoeuropeista Augusto Ancillotti, combinando la terminologia alimentare presente nelle Tavole Iguvine con le tradizioni locali, deduce (con dettaglio) che il rito iguvino fa emergere quello che egli definisce: «Il menu di tremila anni fa tramandato nelle terre a cavallo dell’Appennino Umbro-Marchigiano». Gli antichi Umbri-Piceni, con la loro “mediterraneità”: il contesto della ritualità, della religiosità, della festa, del convivio, della socializzazione, del sacrificio, della musica; la prevalenza vegetariana, espressa da cereali, frutta, verdura e legumi la implicita ricchezza di fibre; l’uso di latte e uova; la preferenza tra le carni per quella di maiale; l’utilizzo del pesce di acqua dolce; l’importanza dei condimenti, degli aromi, del miele, del vino, dell’olio (e del tartufo!). Ma va principalmente notato che quella umbro-picena all’alba della civiltà, lungi dall’essere una alimentazione elementare-primitiva-cavernicola, presentava tutti gli elementi di un avanzato stato dell’arte: la coltivazione della triade mediterranea (cereali, vite, ulivo), che anche autori romani riconosceranno per tipicità del Piceno; la padronanza di trasformazione dei prodotti della terra; la lavorazione, in particolare, della carne di maiale, tenendo conto delle parti anatomiche; la gastronomia che si sbizzarriva in preparazioni complesse, forme fantasiose, impasti, cotture, frollatura, aromatizzazioni, condimenti, dolcificazioni; la conservazione con metodi naturali; la varietà e la combinazione dei cibi; la funzione catartico-terapeutica. Erede allora di una tradizione che affonda le radici nella protostoria, Baglioni ha rappresentato il trait d’union tra quella cultura plurimilenaria e la moderna visione scientifica della realtà, dando la stura agli studi successivi condotti dagli allievi, dagli allievi degli allievi e da personaggi in qualche modo ispirati dalle sue passioni e risultati. Eugenio Centanni nacque a Monterubbiano nel 1883. Produsse molti lavori scientifici su aspetti biochimici, immunologici, infettivi, tossicologici, oncologici. Fu tra i primi a focalizzare l’attenzione sui rapporti tra le carenze alimentari, le avitaminosi e le relative conseguenze. Vincenzo Monaldi mise l’accento sugli aspetti socio-economici e su quelli igienico-assistenziali della eziopatogenesi tubercolare, privilegiando così la prevenzione, la diagnosi precoce, l’adeguata alimentazione e il reinserimento nel mondo del lavoro. Francesco Fidanza, padre di Flaminio e di Alberto, fu allievo di Luigi Luciani e collega e amico di Silvestro Baglioni, insieme ai quali portò avanti ricerche sulla alimentazione. Emidio Serianni è stato fondatore nel 1950 della Associazione di Dietetica e Nutrizione Clinica e creatore dei primi corsi in Italia per dietologi e dietisti. Alberto Fidanza, fratello di Flaminio, è stato professore ordinario di fisiologia della nutrizione nella facoltà di Fisiologia umana dell’Università La Sapienza di Roma (quella che fu di Luciani e di Baglioni). Ha fatto parte del team per il Seven Countries Study. Flaminio Fidanza, il principale collaboratore di Ancel Keys, era il rampollo della illustre famiglia di Magliano di Tenna, paese al quale è rimasto sempre legato tanto da incontrarvi colei che sarebbe diventata la consorte, Adalberta Alberti, collaboratrice e vera esperta in educazione alimentare, da tornarvi con molta frequenza e da presceglierlo per il riposo delle spoglie mortali. Non è velleitario affermare che senza di lui non si sarebbero mai avviati i Seven Countries Study e il conseguente successo planetario della Dieta Mediterranea. Ma questo è un altro capitolo della storia! Di alimentazione dell’infanzia si occupò poi, con forti contributi personali, il fermano di adozione Mario Santoro. In questo fervore scientifico si è infine formata una generazione marchigiana di nutrizionisti oggi in piena attività, spesso coinvolti come autori negli studi italiani e internazionali della materia.

Croce Verde

Si può diventare cittadini consapevoli in diversi modi. Quello più efficace è far volontariato. Il concetto
che sottende è quello del dare o, per dirla in altro modo, quello del dono. Darsi e donare agli altri. Dove
poi, a ricevere di più sono coloro che danno. Perché l’azione verso il prossimo soddisfa sicuramente chi la
riceve ma, soprattutto, chi la compie.
Senza astrazioni, ma con molta concretezza è quanto avvertono e sperimentano i 280 soci operativi (i
sostenitori sono oltre mille) della Croce Verde di Fermo.
La sede è conosciuta: ampia, bella, accogliente. Risale al 2008.
Alla porta di vetro dell’ingresso, in questi giorni sono appesi due fiocchi rosa. Bambine di volontari
accolte dalla “famiglia” dei volontari.
Fuori, nello spazio di destra, scorgiamo le ambulanze (12) e poi le altre macchine tra cui i furgoni per i
disabili. All’interno è un brulichio di personale. Tutti in divisi e tutti pronti a scattare al primo allarme: c’è
di mezzo la salute della gente, ma ci sono di mezzo anche altre esigenze,
Nata nel 1982, la Croce Verde di Fermo ha iniziato solo con gli interventi delle ambulanze, lato sanitario,
poi si è passati anche all’ambito sociale.
Con il mutare dei tempi, con i problemi delle famiglie sempre più impegnate, con la longevità che cresce,
con altre necessità sempre emergenti, il sociale è diventato preponderante.
Nel 2024 i trasporti sono stati complessivamente 27 mila. La maggior parte, appunto, riguardante la sfera
sociale.
Le richieste sono oggi le più disparate, dalle più piccole a quelle maggiori. Me le elenca il presidente
Emanuele Del Moro nella Croce da 31 anni. Vanno dalla richiesta di essere trasportati ad una visita
specialistica fuori città a quella d’essere accompagnati dalla parrucchiera o a ritirare la pensione. Per cui,
non si è più autisti o semplici accompagnatori, ma amici di famiglia. Uno dei casi ultimi è stato il
condurre una anziana al matrimonio di una nipote, con invito a pranzo anche per il milite.
«Ci sono volontari – spiega Del Moro – che continuano per anni a fare lo stesso servizio, come quello del
trasporto dei ragazzi disabili». Segno di un attaccamento che va oltre ogni prontuario.
C’è necessità di altri volontari? «Se ci fossero amplieremmo i nostri servizi. Capita comunque che più
volontari abbiamo e più la domanda cresce».
C’è un fatto che il presidente tende a rimarcare: «La nostra è una specie di scuola di civismo. S’impara un
diverso modo di stare al mondo». Si ha cari gli altri, come quella vecchia che stringe la mano del
volontario mente la portano in ospedale, come l’altra che cerca un contatto fisico che altrove non trova.
L’organigramma, oltre al presidente, presenta un vice: Fabrizio Ciccola, che s’occupa di formazione e
servizi; Francesca Spinelli, economa e responsabile dei volontari; Mauro Fedeli, che pensa ai mezzi;
Paolo Mora, che gestisce i soci; Leonardo Rogante responsabile della comunicazione e addetto alla
Protezione civile; Samuele Lamponi ,che si dedica alla sede; Gianluca Petrini, che è d’aiuto a tutti; e
Giulia Fenni, segretaria del Consiglio.
Un mondo. Che è un bel mondo. Dove s’impara altro.

Contrada Castello a Pescara del Tronto

Contrade fermane della Cavalcata dell’Assunta di Fermo in trasferta.
Stavolta è toccato alla Contrada Castello.


Sabato scorso, il priore Giorgio Prugnoletti, con il tipico abbigliamento medievale (il robone) degli
“amministratori”, quello di color nero, ha sfilato a Pescara del Tronto, al Villaggio SAE nella cornice del “Festival del Gusto Mare e Monti”.
Prugnoletti ha portato con sé un gruppo di 22 persone tra figuranti, tamburini e sbandieratori. Questi
ultimi hanno proposto una breve esibizione che ha ottenuto il plauso del pubblico presente.
La Contrada era stata invitata dal presidente della Pro Loco di Arquata del Tronto Alfonso Lamberti
durante un incontro svoltosi tempo fa a Pedaso.
Per il priore Prugnoletti è stata anche l’occasione per porre le basi di una futura collaborazione, oltre che
promuovere per l’intera Cavalcata dell’Assunta.


Pescara del Tronto è una frazione del comune di Arquata e, come il capoluogo, è stata tragicamente
colpita dal terremoto.
Ha anche una storia molto antica che risale ai tempi dei Romani.
Per quanto riguarda l’epoca medievale, secondo alcuni ricercatori, la chiesa parrocchiale, anch’essa andata
distrutta, era stata fatta costruire dai Cavalieri Templari che, di ritorno dalla Terra Santa, si stavano recando a Roma dal papa. La chiesa era stata dedicata alla Santa Croce, e custodiva una croce astile, per
fortuna recuperata dalle macerie, che la tradizione popolare diceva portata da un residente che aveva preso parte alle Crociate.
Tra le rovine fu anche recuperato il grande crocefisso che venne esposto il 27 agosto del 2016, nel giorno
dei funerali delle vittime.


L’iniziativa di Castello rientra nei rapporti che le Contrade di Fermo hanno iniziato a tessere con diversi
comuni delle Marche.
Inoltre, rapporti di collaborazione si sono sviluppati con la rievocazione di Corridonia chiamata La
Margutta
e con Camerino per la Corsa alla Spada. Entrambe le città inviano ormai da qualche anno
delegazioni a Fermo in occasione del Corteo processionale del 14 agosto. Così come una nutrita
delegazione della Cavalcata dell’Assunta partecipa a Monterubbiano in occasione dell’Armata di
Pentecoste
.


Dal canto loro Alfieri e Musici della Cavalcata si sono esibiti a Milano, San Remo, Dubai, Abu Dhabi,
L’Aquila, Gualdo Tadino.

Chiese senza tetto

Chi non conosce San Galgano, quell’abbazia cistercense che non ha tetto, sita nella piana senese e a
pochissima distanza dal piccolo monastero dov’è conservata la spada nella roccia? Nessuno, credo. È nota, è notissima. E stata il luogo preferito di film famosi, come Nostalgia (Nostàlghia per i russi). Lo girò
Andrei Tarkovskij. Me ne parlò un giorno nella Sala stampa del Meeting di Rimini: anni ’80. Si accalorò
nel descrivermela. Lo fece in francese: era un regista non allineato al regime sovietico. Aveva trovato casa
in Francia e amava l’Italia.


Questa premessa è per dire che anche da noi, nella nostra Terra di Marca, abbiamo alcune piccole San
Galgano. Ne scrissi già 12 anni fa. Ci torno sopra perché possono essere un’offerta intelligente al turismo
che troppe volte riceve offerte poco intelligenti.


Dunque, le nostre San Galgano sono piccole, la più parte. Non più officiate da decenni. Senza fedeli che
le frequentino, senza più canti che le animino, senza feste popolari (spesso) che chiamino a raccolta il
popolo.


Appaiono solitarie. Sono malinconiche. Appartengono ad un altro mondo, un altro modo di essere.
Sono suggestive, però. Pensate a quella di Rapagnano, a pochi metri dalle scuole e dall’area sportiva. Fu
dedicata a san Tiburzio. Si chiama san Tiburzio. Si trova su un appena percepibile rialzo di terra.
Le mura si salvano. La copertura no. L’ingresso è sbarrato. Il fascino aumenta. Un tempo, mi
raccontavano i vecchi residenti, era un luogo di fiere. La chiesa e le terre intorno appartenevano alla
Cappellania di san Michele Arcangelo, a Fermo, quella bellissima che confina con il Palazzo Vinci
Gigliucci, quella in cui, caso quasi unico in Italia, rendeva i fedeli protagonisti per due terzi della scelta
del priore, del sottopriore, dei quattro canonici, degli altrettanti prebendati e dei due chierici di coro.
Qualche chilometro più in là di Rapagnano, sulla strada che conduce a Montegiorgio, s’erge un altro
edificio senza tetto. Ci troviamo all’ingresso dell’incasato di Cerreto. Mi riferisco a quella che un tempo
era la chiesa di San Michele: l’Arcangelo. Quel comandante degli “eserciti celesti” tanto amato dai
Longobardi che vi intravedevano il loro Wodan, dio degli eroi. Non solo, ma san Michele fu anche il
santo protettore dei Cavalieri dell’Ordine del Tempio: i Templari.


Oggi, l’antica chiesa è sede di incontri e di concerti. A sistemarla, per quello che han potuto, sono stati i
membri dell’associazione Rivivi Cerreto, che per anni hanno organizzato nel borgo la Cerreto medievale.
Peccato non venga riproposta!


Non è finita. A qualche chilometro di distanza da Cerreto, lungo la strada che porta a Monte San
Pietrangeli, sorge Alteta. Il centro medievale, quasi del tutto disabitato, ha la forma di una ellisse con una
sola porta d’ingresso.


Ebbene, al di sotto delle mura storiche s’incontra la malmessa già chiesa di San Rocco. San Rocco era ed
è un santo importante. Nel Medio Evo, era il più implorato nei tanti casi di peste.
Ecco un itinerario alternativo.


O preferito forse la Venezia di Bezos e Sanchez?

Birra

Il caldo è nostro complice. Ovvero, è complice della birra fredda. Passione giovanile e non solo.
Ma cosa scegliere al di là delle intense campagne televisive? Perché non scegliere le “artigiane”, che da
noi non mancano.


La provincia di Fermo ospita diversi birrifici artigianali: dal Maltenano a CeReale, dalla Duep a
Birraformante, da Mukkeller a Styles sino a Jester.
Si va da Servigliano a Montegiberto, da Monte Urano a Porto Sant’Elpidio, da Petritoli a Sant’Elpidio a
Mare. Una goduria!
Un peccato veniale di gola? Mannò, se anche le sante non la disdegnavano.
Prendete santa Brigida, ad esempio, non la svedese però, quella irlandese che fondò a Kildare il grande
monastero. Il popolo la ama quasi quanto san Patrizio. Gli amanti della birra però la apprezzano ancora di
più.


Riguardo alla birra, le attribuiscono addirittura una preghiera e una storia miracolosa.
La preghiera è questa: «Vorrei – disse un giorno rivolgendo gli occhi al cielo – un lago di birra per il Re
dei Re. Vorrei che la famiglia celeste fosse qui a berne per l’eternità. Vorrei che ci fosse allegria nel berne.
Vorrei anche Gesù qui». Embè, i monaci non disdegnavano (e non disdegnano) la birra, e le monache lo
stesso.
Santa Brigida era spirituale e carnale, e aveva, come tutti i benedettini, una forte propensione
all’accoglienza e al noli contristari della Regula, cioè: non siate tristi!!!


La storia miracolosa è questa. Un giorno la nostra santa si trovò dinanzi ad un enorme gruppo di pellegrinie bisognosi affamati e assetati. Che fare? Le badesse non si smagano mai. Lei men che meno.
Così, si avvicinò al piccolo barile di birra che l’abbazia conservava al fresco delle grotte, s’inginocchiò e
pregò tanto intensamente che dall’unico fusto iniziò a zampillare talmente tanta birra che servì a dissetare
tutti e a soddisfare le esigenze di diciotto comunità aggregate intorno ad altrettante chiese. Il nostro
Lorenzo Lotto dipinse il miracolo in una chiesa di Trescore.


Ora per parità di genere, raccontiamo anche di un abate.
Accadde tanti e tanti secoli fa. E probabilmente ancora una volta in Irlanda, in un luogo dove le acque non
sempre erano pure e dove la birra era l’unico rimedio.
Accadde che in monastero i monaci si trovassero senza scorte di birra e con un fiumiciattolo accanto
inquinato forse da animali uccisi a monte.
Che fare? L’Abate chiese di portargli una grande tinozza d’acqua. Quando i monaci gliela posero davanti,
lui impose che si pregasse insieme. Poi, all’improvviso, con mossa rapida, infilò il suo bastone pastorale
nella tinozza che iniziò a sfregolare. E dopo poco l’acqua impura si trasformò in straordinaria birra.


A proposito, va ricordato che il patrono dei Birrai è sant’Arnoldo di Metz. Di lui si dice che, in un periodo
di malattie, “osservò che i forti bevitori di birra erano più resistenti alle epidemie, diffusissime a
quell’epoca, e forzò i membri della comunità a bere birra abitualmente, benedicendone una vasca e
rimescolandola con il proprio bastone pastorale”.


Alla salute!!!

Dieta Mediterranea: validata nelle Marche.

La Dieta Mediterranea, patrimonio Unesco, validata scientificamente come volano turistico nelle Marche con il Seven Countries Study.

La Dieta Mediterranea è stata sancita dall’Unesco come “patrimonio culturale dell’umanità”, definita dal Senato americano “il miglior modo di mangiare” e adottata dal mondo scientifico quale standard di riferimento della alimentazione equilibrata, sostenibile e raccomandabile.

La Dieta Mediterranea, stile alimentare e di vita, rappresenta in ambito medico la principale componente della Prevenzione.

Diversi fattori spiegano la superiorità della Dieta Mediterranea: la sostenibilità economica che la rende accessibile a tutte le classi sociali; il modello comportamentale che include memoria, bellezza, arte culinaria, affiatamento, moderazione; la naturalità che implica i concetti di genuinità, biodiversità, biodisponibilità; la selezione plurimillenaria che si porta dietro; l’abbinamento a un ambiente e un clima particolarmente salubri; la validazione scientifica; l’accettabilità internazionale; il ridotto impatto sull’ambiente.

Proprio nella Dieta Mediterranea, sono molteplici i vanti delle Marche. Abbiamo il primato della validazione scientifica, realizzata principalmente nelle vallate picene a partire dallo studio pilota degli anni Cinquanta, quindi nel corso del trentennale SEVEN COUNTRIES STUDY, e successivamente nel FINE Study e nel progetto HALE, fino alle soglie di EXPO 2015 e alla imminente elaborazione di nuovi algoritmi predittivi di salute e sopravvivenza, oltretutto per merito precipuo del nostro conterraneo Fidanza.

Mangiare sano dieta mediterranea

La nostra regione conserva altresì le testimonianze storiche della mediterraneità, che coprono un arco di tremila anni: dai reperti umbro piceni, agli autori latini, ai lasciti del monachesimo, alla serie di naturalisti, enologi, agronomi, scalchi e cuochi d’eccellenza, alla imprenditoria degli ultimi due secoli, fino ai nomi più illustri della scienza della alimentazione. (Continuate a seguirmi su https://galee.eu/ o su https://www.instagram.com/galeesibilline/ ).

Le Marche sono anche la regione dove l’universo femminile (emblematizzato nella autorevolezza, saggezza e previdenza della Vergara e mitizzato nella Sibilla) – la figura della Donna cui l’UNESCO attribuisce i meriti principali nella trasmissione del patrimonio culturale riassunto dalla Dieta Mediterranea – ha generalmente goduto di un rispetto non riscontrabile nella storia di altre contrade italiane e mediterranee.

Né va dimenticata una serie di altri meriti: il record della Longevità Attiva, intesa come aspettativa di vita ma anche di salute; le minori perdite di giorni di vita nell’Indice italiano di Morti Evitabili; riconoscimenti DOP, IGP e STG superiori alla media italiana; la incontestabile salubrità ambientale; la elevata percentuale di territorio dedicato alla produzione agricola; la pratica della pesca; la tradizione che abbraccia l’intera gamma delle categorie alimentari mediterranee, dal pescato all’olio, ai cereali, alle patate, agli ortaggi, ai legumi, alla frutta fresca e a guscio, alle carni, ai lattiero caseari, alle uova, ai vini, ai condimenti, ai dolci; le tecniche di conservazione e trasformazione; la peculiarità della gastronomia; la vivibilità sociale; il costume tuttora fortemente segnato dai valori della mediterraneità.

Meno noto è il ruolo principe avuto dalle vallate dei Sibillini nella ricerca, scoperta e validazione scientifica e prima ancora nello sviluppo, trasmissione e mantenimento di questo patrimonio antropologico.

La Dieta Mediterranea è stata scoperta e valorizzata dal fisiologo americano Ancel Keys, che aveva visitato l’Italia nel periodo bellico, e dal famoso nutrizionista italiano Flaminio Fidanza, i quali, dopo aver condotto insieme delle ricerche negli anni cinquanta, oltre sessanta anni fa avviarono il Seven Countries Study in sette nazioni di tre continenti [Finlandia, Olanda, Grecia, Italia, Jugoslavia, Giappone, Stati Uniti] – coinvolgendo Montegiorgio e la media vallata del Tenna (insieme a Crevalcore) – fino a provare la superiorità di tale stile alimentare e di vita ai fini della salute e della longevità.

In effetti, per “dieta mediterranea” si intende un modello comportamentale che è salute, tradizione, cultura, piacere, socializzazione, equilibrio, ovvero un insieme di abitudini alimentari, unite a uno stile di vita attivo, che caratterizzavano soprattutto gli ambienti rurali dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, in particolare l’Italia.